Tutta la tristezza di Pompeo

Sulla tristezza solenne di Pompeo ci sarebbero (ci sono) da dire almeno un milione di cose, senza che poi ce ne sia davvero bisogno. Almeno non per far capire quanto sia un meraviglioso testamento di un artista sparito decisamente troppo, troppo presto.

Un’opera magistrale, realizzata con lo stesso virtuosismo caratteristico di sempre, che a tratti fa ridere, sì, ma avvertendo un presagio costante di tragedia.
Di Andrea Pazienza m’è sempre piaciuta (oltre a tutto il resto) la capacità di dedicare la stessa poesia a un disegno di un brufolo che scoppia a quello di un monologo ultimo, un messaggio ai genitori prima di morire, alla rassegnazione dei personaggi di fronte all’inevitabile trapasso, di fronte alle scelte infelici, di fronte alla droga che prima ammazza Pompeo e poi ammazza l’artista stesso.

Gli ultimi giorni di Pompeo l’ho letto la prima volta a sedici, forse diciassette anni, ma forse anche a quindici, non ricordo. Forse troppo presto, forse solo rileggendolo di continuo nel corso degli anni ho capito veramente quello che nascondeva tra le pagine.
Quanta amarezza e sincerità nelle parole di Pompeo, nei suoi pensieri attoniti e nella nostalgia dell’infanzia perduta. Chiede aiuto alla droga, all’amore che trova deludente, alla famiglia che è sempre presente, ma non abbastanza per colmare un vuoto immenso reso tragicamente reale dal tratto di Paz, che stoico avanza verso la fine tremenda della vita troppo breve di Pompeo.
Pazienza è l’artista totale, quello che rende perfetto ogni suo lavoro. Pompeo è la rappresentazione dei demoni di un uomo stanco (lo stinco più stanco).
Dopo questa spensierata allegrezza vi ricordo di leggere TUTTA l’opera di Pazienza perché fa male all’anima ma a volte anche bene, e in ogni caso avrete letto qualcosa di unico e bellissimo・

Street art: di che parliamo?

Che è il writing?
Partiamo da questo excursus per i non addetti ai lavori, in modo da poter introdurre chiunque a questa forma d’arte che imperversa in tutto il mondo comprendo gli angoli grigi delle nostre città.

Il writing è una delle quattro discipline fondanti della cultura Hip Hop, che nasce nell’estate del 1973 a New York, nel Bronx. L’Hip Hop fu l’effetto del disordine di quel quartiere in quegli anni: una denuncia creativa nei confronti della situazione sociale che le persone affrontavano nelle periferie delle grandi metropoli. Il Bronx era quotidianamente martoriato da decine di incendi, causati da persone che volevano fregare le assicurazioni per racimolare qualche dollaro e tirare avanti. Questa situazione critica è testimoniata dalle foto del tempo, con isolati completamente distrutti di cui erano rimaste soltanto le macerie. In questo bel quadretto va aggiunta la criminalità, New york era una città in mano alle gang, che regolavano le loro faide.

Nasce quindi, da una situazione ben oltre il precario, un movimento di reazione a tutto questo disagio in cui si ricerca tramite la creatività una voglia di riscatto, creando qualcosa di nuovo e di positivo.

Il writing vive con il bisogno di denunciare il proprio malcontento e veicolare la voglia di rivalsa nei confronti della società stereotipizzante facendo della gente poco più che un numero. E cosa c’è di meglio se non i muri delle città per affermare la propria esistenza con un gesto innovativo che chiunque vedrà non potrà ignorare?

Col tempo l’intenzione di arrivare forti come un pugno in bocca a più gente possibile cresce e proprio per questo si passò ben presto ai vagoni della subway newyorkese, in modo che l’operato dei writers venisse portato in ogni angolo della grande mela. Quest’arte avrà un’evoluzione spaventosa e diventerà uno dei linguaggi artistici più utilizzati in tutto il mondo, ormai ovunque ci sono crew di writers che lasciano il loro segno su ogni possibile superficie con lettering e puppet: bombardando i vagoni delle metropolitane con i loro Throw-Up o segnando con il marker qualunque cosa, dalle porte dei cessi ai cartelli stradali con le loro tag.
Tanto vilipesa quanto apprezzata, attraversa anche Genova – in cui nasce Sta*mina – , dove negli anni sono passati molti artisti importanti a lasciare la loro traccia: BluErika il Cane,108Phase2Etam CruPeetaMacsNemo’s e molti altri nomi che andremo a vedere nei prossimi articoli.

Progetto modesto ma ambizioso a noi vicino è il gruppo Subway Connection e Subway Crew, che si propongono di ricreare un punto di aggregazione per la cultura Hip Hop, tramite varie inziative come anche le Writing jam – di cui la prima fatta il 24 febbraio 2018 al Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda – dove c’erano writer provenienti da tutto il nord Italia: Wubik Deep da Torino; EencsCreaSkerTrust da Milano; SkeoneShenZeroDowerPiolo da Genovadella Subway Crew.

Ai ragazzi di Subway Crew abbiamo fatto una brevissima intervista giusto per farveli conoscerli un po’ meglio e andare a dare un occhio se volete ai loro lavori.

Come nasce Subway Crew?
Nasce tra un gruppo di amici che dipingono insieme da anni, accomunati dalla necessità di dare una piccola scossa alla scena genovese.

Quali obiettivi avete?
Gli obiettivi sono chiari, dare alla scena di Genova quello che merita: eventi di graffiti e hiphop in generale.

Collaborate con altre realtà?
Per noi è importantissima la collaborazione con subway connection, “mamma chioccia” di subway crew, che ha permesso la nascita del collettivo.

Com’è andata la jam? Quali sono i vostri prossimi eventi?
I prossimi eventi, che si possono trovare sulla nostra pagina Facebook e su Instagram, saranno tra primavera ed estate, tutti outdoor, dopo il primo all’interno del lsoa Buridda. La prima jam del collettivo, svoltasi il 24 febbraio, ha visto la partecipazione di alcuni ospiti tra i più influenti in italia. La chicca sicuramente è stata il concerto di egreen alla sera che ha ricreato una situazione molto old school, donando la famosa ciliegina sulla torta alla jam pomeridiana.

Qui di seguito vi metteremo le immagini dei loro lavori, in modo che possiate capire meglio il mondo dei writer

Non fatemi incazzare Lilith

Lilith è stata, nei secoli e nei millenni, moglie di Adamo precedente a Eva, demone notturno, signora dell’aria e del vento, idolo di religioni e popoli; è stata una mangiatrice di neonati, una strega lussuriosa, una donna famelica di sapere e conoscenza.
Una creatura meravigliosa, insomma.

E poi una bambina cresciuta e istruita in modo da poter salvare il mondo ha scelto il nome Lilith per rinascere come arma, come assassina e come stratega. Una bambina nata dalla matita di uno dei, sempre a mio modestissimo parere, più capaci disegnatori italiani [-autocit.].

Se siete stati attenti sapete di chi sto parlando, se siete come me e avete qualche problemino legato alla carenza di fosforo e/o magnesio vi rinfresco la memoria: sto parlando di Luca Enoch.
O meglio, sto parlando della Lilith di Luca Enoch. Un altro capolavoro del bianco e nero, altri diciotto numeri che, come Gea in precedenza, mi hanno accompagnata nel tempo e nello spazio.

Lilith parla di una bambina nata lontano dalla terra, in un futuro molto, molto lontano ed estremamente distopico in cui la terra dev’essere sì salvata, ma agendo sul passato e sugli accadimenti nel corso del tempo. Tipo Ritorno al futuro, per capirci.
Durante le sue scorribande temporali la nostra amicona deve combattere contro i Cardi, creature mezze vegetali (l’altra metà boh) che dominano il mondo instillando nell’umanità il dubbio. Il dubbio su cosa sia giusto, su chi siano i buoni, su chi siano i cattivi e sulla legittimità della razza umana a risiedere sul nostro amato pianetaE se l’attesa della domanda esistenziale fosse essa stessa la domanda esistenziale? [cit. Cardo].

Tra una strage e un cuore estratto a mani nude, attraversiamo epoche diverse, in contesti mai esistiti poiché, ricordiamolo bene tutti, Lilith quando passa e ammazza cambia le cose, in modo definitivo e feroce.

Lei si innamora, soffre, combatte, sempre accompagnata da Scuro, un cane/pantera che si rivelerà il suo peggior nemico, in quanto cieco servitore di una causa destinata a essere persa in partenza. Lilith, difatti, per quanto addestrata e freddamente crudele, rimane una mestissima umana, preda delle sue debolezze, della sua voglia di rivalsa su di un destino segnato, una matriarca fiera e sconsiderata che ci ricorda quanto a volte sia giusto abbandonarsi al dubbio

G.I.A.D.A. Un’occasione sprecata?

Quei drittoni auto-prodotti della Amianto Comics hanno lanciato l’anno scorso una collana antologica di graphic novel, da loro definite pop-novel, sotto la dicitura ombrello “AmiantoComics presenta”. Oggi, parleremo dunque delle loro seconda fatica: G.I.A.D.A.- Guida insolita al diventare adulti.
Ma se avete letto il titolo di questo articolo, lo avevate già capito. Siete dei lettori astuti, con un pessimo gusto in fatto di blog, ma comunque astuti.

È un fumettone di novantasei pagine, del 2018, scritta da Mordecai, disegnata da Leonardo Cino ed editata da Almafè, il collettivo di capoccia della casa editrice.
Già dalle prime pagine ci viene rivelato che la sceneggiatura originale dell’albo nasceva come possibile film, il primo mai scritto da Mordecai. Infatti la nostra storia prende vita vent’anni fa, in un torrido 1997, dove un cellulare pesava otto chili, gli Aqua erano una band rilevante ed io andavo in seconda elementare.
Sono un blogger, che fossi anche un po’ egocentrico credo sia chiaro.

G.I.A.D.A. parla della vita di un diciottenne, Francesco, innamorato della sua migliore amica e aspirante attrice: Giada. Attorno al mondo dei nostri protagonisti, gira un universo fatto di compagni di classe, genitori, insegnanti e anche psicologi, che proveranno a rendere la vita di Francesco un po’ migliore di come fosse all’inizio della storia.

Dal punto di vista grafico è un fumetto atipico. Cino è giovane, lo dice lui stesso, e questo si nota da alcune insicurezze, ma c’è comunque del particolare. Morbido, e con palesi influenze europee, il tratto risulta in alcuni casi abbozzato, specie in dettagli dello sfondo e in alcune parti anatomiche. E, se da un lato questo rende le scene esterne in alcuni casi un po’ fuori posto rispetto la narrazione, d’altro canto mi piace molto come la tavola viene gestita e il linguaggio del corpo dei personaggi sia molto particolare, accentuando le caratteristiche di ognuno.

Già dalle prime pagine nel quale vediamo Giada cambiarsi vestito, dopo aver provato una scena con Francesco, possiamo assistere al suo cambiamento. Come passi dall’essere un artista in piena nevrosi (e capita anche a me che sono artista come sono idraulico), a una posa che cristallizza perfettamente il suo essere forma del desiderio per Francesco.

Insomma, più che tecnico, il tratto di Cino è empatico, semplice, in alcuni casi al limite del caricaturale, ma comunque passa il messaggio senza troppi sforzi. Purtroppo però, devo fare una tirata d’orecchie a Leonardo per alcuni momenti di regia, che mettono un focus su alcuni suoi punti deboli. Un personaggio dell’albo, per vari motivi è spesso scalzo, e Cino non è Rob Liefeld, ma il disegno delle gambe e dei piedi non è sempre in linea con tutto il resto, e sebbene nelle scene più grosse le incertezze si mimetizzino meglio, in questo e in altri casi, il tutto è invece un po’ più visibile.

Parlando di storia… beh, diciamo subito che, anche all’occhio meno esperto e a chi non ha letto l’introduzione, potrà subito notare come questo progetto fosse nato per essere un film.
Il ritmo, la struttura, e anche i personaggi prendono a piene mani dal genere cinematografico, presentandoci un cast tutto bizzarro che, a parte nel caso di Francesco, protagonista e quindi molto più tridimensionale, spesso si muove lungo un’unica nota di personalità, tranne che per un guizzo finale, che però assorbe comunque tutti nel fumetto.

Sono fermamente convinto che sia un torto comparare un’opera a un’altra, ma è anche vero, durante la lettura di G.I.A.D.A. (e sarà l’ultima volta che lo scrivo coi puntini se no ci vado fuori di testa), che avevo la sensazione di aver già incontrato questi personaggi e le situazionitessute da Mordecai. E non solo perché alcune sono stralci di vita vissuta.
Però l’amico rivoluzionario, l’amico fattone, l’amico antipatico, la psicologa buffa, il papà
arrabbiato ma ferito… novantasei pagine non sono molte, e se il fumetto popolare italiano ci ha insegnato qualcosa, è che il modo migliore per usarle, è usare un formato episodico. Con il tempo che si ha a disposizione è difficile entrare in contatto con i soggetti e, problemi miei personali con alcune scelte di caratterizzazione (da pedagogista mi chiedo sempre perché non si rappresentino gli psicologi come psicologi, e non come personaggi buffi ma saggi), non riesce neanche a entrare in empatia con Giada, che personaggio non è, ma oggetto del desiderio.
Alla fine della fiera, comprendo che questo potrebbe essere stato l’obbiettivo dell’autore, raccontare una storia di amore non corrisposto, dal cuore di un ragazzo sensibile, gettato verso un qualcosa che si è troppo giovani per capire che non avrà buon fine, e quindi Giada non è un personaggio, ma un modo per arrivare al finale della storia. E per carità, scelta condivisibile, ma, continuo a pensare che un po’ di carne in più su questi scheletri di personaggi, non sarebbe stata male.

GIADA è un fumetto che ha fatto i suoi compiti, che ha una struttura chiara in tre atti, con colpi di scena (neanche troppo prevedibili) e un epilogo alla American Graffiti che personalmente ho trovato un po’ stucchevole, ma che nel grande affresco della storia, ha comunque una sua posizione d’interesse.

Concludo dicendo che sono sicuro che GIADA sia un fumetto fatto di emozioni, e che sia improbabile, per chiunque, far collidere la propria emotività con quella di qualcun altro. Ci saranno sempre dei punti in comune, ma ognuno soffre a modo suo, ride a modo suo, e soprattutto, viene colpito dalle cose a modo suo.
Come persona, Giada non mi ha catturato. Come critico – e spesso devo scindere le due cose – non posso non notare la passione di ambo gli autori al progetto, ma anche le dozzine di possibilità sprecate, per una storia che poteva essere qualcosa di nuovo, e invece risulta molto convenzionale.
Un prodotto che non strizza l’occhio alle convezioni di genere, ma che le fa sue, permettendosi però dei guizzi di talento, che non si possono non elogiare.
Forse non sono in sintonia con il messaggio di GIADA; può succedere. Ma nel diventare adulti c’è anche prendere coraggio e fare il grande passo, lo stesso messaggio del fumetto. Messaggio, che però sembra non voler fare suo al 100%.

Il fumetto è disponibile per il pre-ordine sul sito di amianto che vi linko QUI, e in seguito credo sia disponibile anche per il download. Gratuito, perché quelli dell’Amianto hanno capito tutto, e io li invidio un sacco.
E sì, sono serissimo・

Walk the line e dove trovarli

Nell’articolo precedente avevamo parlato di come il writing e la street art siano figlie della cultura hip-hop e varie riflessioni su quale fosse il messaggio di quest’arte. Stavolta parleremo di un festival inerente che si tiene nella città che ha dato i natali a BdtRdr: Genova.

Ma prima un piccolo pippone.
Chiariamo che quest’arte, sin dalla sua nascita, si è sempre fatta largo nelle maglie della società da sola, principalmente in modo illegale. Sta agli artisti capire come e dove agire, cercando per ogni opera gli spot più suggestivi e interessanti per colpire il proprio pubblico. La maggior parte delle volte non viene accettata, anzi, viene vilipesa e condannata con multe, denunce, fermi e a volte anche arresti per chi la pratica. Una vera e propria repressione che stigmatizza chi la pratica con punizioni severe. Ergo, la società criminalizza chi pratica arte illegalmente ponendo allo stesso livello di un malvivente, mentre l’unico crimine imputabile è non volere restrizioni e censura. Per questo si devono muovere nell’ombra.
Come potete ben capire le superficie scelte sono patrimonio della società “““civile””” e in quanto tali meglio lasciarle grigie e deprimenti, che farle diventare un veicolo espressivo. Cosi che sono iniziati a nascere i festival legali di writing e di street art, così gli addetti ai lavori e gli appassionati si sono chiesti, perché dover far additare queste arti come il male quando in realtà ci si trova di fronte al movimento artistico più vivace e attivo dell’ultimo secolo? Praticato in tutto il globo da centinaia di migliaia di interpreti, dovrebbero ricevere riconoscimenti e non denunce. Le città hanno spazi idonei a questa arte ma che legalmente sarebbero inarrivabili, così tramite l’impegno di un circuito di appassionati hanno iniziato a nascere dovunque realtà promotrici e a Zena ne abbiamo una: Walk the line!

Walk the line è un progetto dell’associazione Linkin art – curato da Emanuela Caronti, Andrea Pioggia e Davide Allegretti – che nel 2016 si sono dati come obiettivo quello di offrire alla città un percorso artistico moderno e originale, portando in città grandi interpreti a livello nazionale e internazionale del writing e della street art nelle sue varie forme, spaziando dal muralismo alla stencil art, agendo sulla più discussa arteria della città: la sopraelevata. Una strada che attraversa Genova per la lunghezza, ovviamente rialzata, e separa il porto dagli edifici, donando un discutibile panorama a chiunque si affacci dalla finestra per ammirare il mare.

Questo serpente di cemento (che fa assomigliare Genova a Gotham City) è sorretto da giganteschi piloni. Walk the line vuole far diventare questi piloni vere e proprie opere d’arte, trasformando questo mostro di acciaio e cemento in una galleria a cielo aperto lunga più di tre chilometri, coinvolgendo cento artisti che reinterpreteranno la sopraelevata e il rapporto che ha con la città, mutandone l’aspetto e la percezione che i suoi abitanti hanno avuto sino ad ora di questo elemento urbanistico. Tutto il progetto è accompagnato da una colonna sonora scritta ad hoc dai Magellano e da altri musicisti genovesi, che incideranno una canzone ispirata al tema trattato da ogni singolo pilone.
A oggi i ragazzi sono a un quarto dell’opera avendo terminato i primi tre blocchi del centro città.

Nel frattempo che si lavorava alla sopraelevata il collettivo artistico ha continuato la sua crociata per la controcultura in città, portando numerosi artisti ad agire in altri luoghi come i Giardini Baltimora, la fascia di rispetto di Pra, via della Maddelena, via del Campo e via Niccolo d’Aste, con interventi di street art.
Walk the line non ha curato in questi due anni soltanto il progetto sui piloni, ha offerto alla città anche altri tipi di eventi culturali, come la mostra Lettere, dove tramite opere di importanti writer italiani si è andati a presentare uno studio di lettering, che sviscera e muta la forma delle lettere trasformandole. Attraverso le opere di Dado, Joys, Orion, Peeta, Soda , Yama 11 e Verbo lo spettatore si trova immerso in un viaggio nel writing 3D degli anni ’90. In questa mostra è stato presentato anche il progetto Sickquence nato dalla collaborazione di Bergamaster e Corpoc, presentando sette alfabeti realizzati da altrettanti artisti.

Consapevoli che non basta un disegno su una facciata, una mostra o un bell’evento a cambiare la vita delle persone, si propongono di dare il via a un circolo virtuoso di attività il tutto per non rendere i quartieri solo dei dormitori, sperando che la politica istituzionale si attivi.
Proprio per questo negli ultimi mesi il collettivo ha deciso di affrontare una nuova sfida proponendo un laboratorio di street art nel quartiere delle lavatrici (zona di periferia non particolarmente accattivante). Il progetto Lavatart si propone di insegnare e introdurre i ragazzi del luogo all’arte di strada, attraverso dei laboratori di writingstencil arte muralismo. Ripensando con loro gli spazi del quartiere, apportando cambiamenti alle strutture con interventi artistici dei ragazzi guidati dagli educatori, ovvero artisti provenienti da tutta Italia che con il loro operato gli garantiranno una formazione artistica e regalando agli abitanti delle lavatrici uno spazio rigenerato.

Per chi fosse interessato a partecipare come artista o sostenitore al progetto può mandate un bozzetto o una mail al LINK o scoprire come si sviluppa seguirlo su Instagram o Facebook.
Alla prossima guyz・

Winter Deth della Noise Press

Albo del 2018 Winter Deth è il primo di una nuova serie targata Noise Press e vede settantadue pagine a colori. Il volume ha la copertina in brossura ed è dotato di sovraccoperta, ha un formato simile a quello degli albi americani “classici”, ma leggermente più piccolo.
Devo dire che rimango sempre impressionato dalla qualità fisica di ogni albo Noise, che ha sempre un’ottima carta lucida e un’impostazione che non rientra per nulla nello stereotipo della casa editrice indipendente. Vi direi che sappiamo tutti di cosa stiamo parlando, quei bei vecchi albi ciclostilati, ma poi ricordo che la maggioranza dei miei lettori non sa cosa sia un ciclostile, e mi sento un pelino vecchio.

Scritto da Alessio Landi, disegnato da Luca Panciroli, colorato da Pamela Poggiali, letterato da Andrea Della Verde, supervisionato da Luca Frigerio e con progetto grafico di Alessandra Delfino.

Winter Deth è ambientato in un futuro distopico, dove la diplomazia ha fallito e la guerra sembra non finire mai. Un gruppo scelto di soldati si mette alla ricerca di un’arma potentissima: il satellite Vlad, in grado di trasformare rottami spaziali, in colonne di metallo da gettare con estremo pregiudizio sulla Terra a una potenza di fuoco straordinaria. La situazione, in un mondo devastato dalla radiazioni e da nemici dietro ogni angolo, non è certo facile.

Partiamo subito da quello che è il punto forte, il comparto grafico. Forse i lettori più giovani non sanno chi sia Erinni, creatura del leggendario Ade Capone, uno dei fumetti simbolo dell’editoria indipendente, che sotto una patina di sesso e violenza nascondeva delle trame profonde (che al me di sedici anni passavano sopra la testa, perché porca miseria avevo visto una tetta!).
Luca Panciroli è l’ideatore grafico del personaggio e disegnatore della sua serie; e devo dire che il suo tratto si è evoluto tantissimo. Riesce a dare a questo mondo un look tutto particolare, fatto di visioni oniriche e oscure, di giungle tecnologiche, e in un fumetto dove la vera protagonista è l’azione, il nostro Luca dà il meglio di sè.
Non c’è una pagina, che sia una, a esser piatta. Anche le vignette più statiche sono perfettamente cinematografiche; complice una regia della tavola molto interessante, che sfonda un po’ la regolarità classica italiana, ma senza prendersi troppi rischi.

Può sembrare strano parlare di dinamicità in un mondo statico come il fumetto, ma l’arte del disegnatore sta anche nel mostrarci il movimento, senza farcelo vedere. Panciroli ci riesce, come pochi nel nostro paese. Più che una galleria di statue, le sue pagine volano come fotogrammi su una pellicola di celluloide osservata in controluce, scorrendo con una semplicità tale, che ogni volta che ci si ferma, non è per noia o per straniamento, ma è per osservare ancora un po’ quel dettaglio, quel design, quell’espressione.

I colori della Poggiali, non solo correggono il disegno, ma lo esaltano, come fa il Varnelli col caffè (e no, la Varnelli non mi paga per dirlo, ma se volesse una collaborazione, io sarei pure disponibile).
Ricordo di aver visto per la prima volta all’opera la colorista sulla versione a fumetti del film Tron: Legacy, basato tutto su sfumature al neon. Vedere come in Winter Dethla Poggiali riesca a dare un tono caldo, a un fumetto eccessivamente freddo e violento, è qualcosa di sensazionale. Guardare una sua tavola colorata, è come sentire nei polmoni l’aria secca, che rende nervosi e pronti a balzare via al primo segnale di pericolo, perché il colore qui è perfetto strumento della storia e riesce a dare vita a sensazioni del tutto particolari, risultando metafora della trama stessa.
Come foglie secche che cadono, tutto quello che sappiamo di questo fumetto, deve poi lasciare spazio all’inverno.

Sullo svolgimento della trama, mi sento più combattuto.
Da un lato, il mondo creato da Landi è estremamente interessante: riesce a giocare sui tropi del genere e a creare qualcosa che sappia di nuovo con facilità; anche l’azione e lo svolgimento della storia procedono benissimo, sul dialogo invece si arresta abbastanza.
È molto interessante perché, sebbene all’inizio dell’albo si cerchi subito di far notare come la missione della truppa sia una missione vera e non qualcosa tratto da un brutto film d’azione… le frasi fatte da brutto film d’azione non mancano mai. Anzi!

C’è stato un momento particolare che mi ha lasciato particolarmente perplesso. A un certo punto, due personaggi si dicono: “Che cosa sente quando uccide qualcuno?” “Il rinculo”. Trascurando il fatto che questa è una delle frasi più tamarre della storia – escludendo anche il lato morale della vicenda – ma la frase in sè nasce in lingua inglese, dove la parola “Feel”, ha un significato un po’ diverso dal nostro “sentire”, un significato un po’ più emotivo. In italiano il sentimento di solito si “prova”, e più difficilmente si “sente”, la battuta è meno sottile. Questa frase, rappresenta per me un po’ i dialoghi di Winter Death, messi lì per fare, appunto, tamarro.
L’avrei perdonato a un fumetto con una trama più brutta? Certo. Con questa storia, questa struttura di personaggi e con questi colpi di scena, la frase da duro, mi fa alzare gli occhi al cielo e pensare, oddio, un’altra.

È un fumetto che non nasconde le sue influenze, si vede l’azione americana, si vede la “zarrità” suprema di 2000 A.d., ma si vede anche la voglia di portare qualcosa di nuovo. Winter Deth è argento vivo, un fumetto che non si ferma mai, perché non può permetterselo. Un fumetto che non ha paura di prendere decisioni forti, anzi fortissime,e per questo per me è da applausi a scena aperta. Perché prendersi dei rischi, anche se non troppi, è tutto quello che il fumetto deve fare. Le strade già troppo battute sono per altri medium.

E questo è quanto.
Winter Deth ha due personalità: una sua, riconoscibile, affascinante e interessante, con molti misteri e spunti che ti spingono a dire “ne voglio sapere di più”, e un altra che un po’ citazionista. Un peccato, perché, sebbene nel clima di scrittura moderno, qualche strizzatina d’occhio sia inevitabile, la citazione seriale toglie peso all’opera, facendoti concentrare più su questo che sul sentimento generale che ti muove durante la lettura.

Detto questo, mi è piaciuto, ne avevo sentito parlare molto bene da amici (Ciao Andrea!), e mi ha colpito favorevolmente. Mettendo su una bilancia immaginaria gli aspetti positivi e quelli negativi ne risulta un albo più che interessante, ma che deve un po’ capire come muoversi e trovare una dimensione tutta sua.

E conoscendo i personaggi, sarà una dimensione di morte e di violenza

Showman killer e il mistero della fretta per la cena.

Jodorowsky. Chi non conosce Jodorowsky? Se non conosci Jodorowsky non sei nessuno!
Infatti io, fino a qualche mese fa, ero nessuno, mappoi è arrivata Dee (hai presente la tipa con la testa di delfino che fa ballare la gente ai nostri eventi? Se non la conosci sono già due le persone per cui non sei nessuno!).
Jodorowsky è il tipo di persona che vorrei essere da grande. Regista, sceneggiatore, poeta, scrittore (credo?). Beh, insomma, uno di quei signori che fanno un sacco di cose fighissime per cui lo categorizzi come artista a tutto tondo e che puoi conoscere andando a leggerti la pagina di Wikipedia di cui io sono troppo pigro per andare a vedere.
Fattèvvero che non si può essere delle bombe in così tanti campi e – a differenza degli svarioni cinematografici che vi consiglio di vedere – nella sceneggiatura del fumetto ha, a mio avviso, dei cali.
È il caso di Showman Killer.

È chiaro che io, in quanto scrittore, vado ad analizzare la parte narrativa principalmente, che è quella che la gente di poca competenza grafica va a vedere per poi poter dire alla fine che, insomma, Advengers: Infinity War è un bel film…

Dalla copertina intrigante, la didascalia suggestiva (testualmente: “Non ha sentimenti, non sente dolore, non ha padroni”) e un prezzo che dopo averlo speso ti fa sentire più leggero di parecchi anni (perché se spendo trentanove euro mi immagino che almeno a metà della grandezza di Watchman ci arrivi), ti aspetti grandi cose che… meh. Non arrivano.

Il caro Jodo ha un animo da poeta che trapela dalle pagine e una fantasia particolare non da poco, ma non è molto bravo a utilizzarla. Infatti ci da come protagonista uno spietato Showman, chiamato così proprio per il fatto che può trasformarsi in qualunque cosa e spettacolarizzando la morte; il ché lo rende un killer inarrestabile. Ma questo fattore – quello della trasformazione – non è tanto rilevante per la storia. Tutte le morti che causa le poteva fare anche in altri modi.
Quindi, solo un’idea accattivante? Non bastava il contesto e un personaggio a cui vengono letteralmente tolte le emozioni per rendere il tutto succoso? Bah, forse sì. Chi cazzo sono io per giudicare?

I problemi seri, a rendere la lettura pesante, sono per me tre e vado a elencarli per renderli a prova di tamarro e, oh!, ho visto tutti i film della Marvel, quindi sono un nerd e sono figo:

  1. Frasi didascaliche che, minchia, se stai affettando un mostro lo capisco senza che tu debba urlare: “STO AFFETTANDO UN MOSTRO!”.
  2. Un finale affrettato senza climax che mi pare di vederlo nella sua cameretta mentre scrive e a un certo punto dica: “Bom, facciamo che sconfigge la cattiva e vissero tutti felici e contenti, che qui è pronto da mangiare e c’ho fame”.
  3. Forse la cosa che mi ha lasciato più a male. Un personaggio a modo suo conturbante, presentandosi come uno stronzo freddo tipo calippo alla cocacola, diventa via via un vero idiota. Ma non sto scherzando. Un vero idiota!
    Idiota mentalmente e idiota come personaggio. Cominciano delle battutine così sceme che non potevo non citofonargli a casa per chiedergli se lo avesse fatto apposta – perché il dubbio a una certa viene – o se gli è partita la simpatia d’emblée. E l’avrei fatto se non fosse che sua mamma non lo faceva uscire finché non avesse finito i broccoli.

Andiamo velocemente a concludere dicendo che ha anche i suoi lati positivi. Come sopracitato, ha una sua originalità, una magia, che riesce a ricreare solo lui.
Ma belin, trentanove euro, Jodo! TRENTANOVE EURO!
Se vi capita, fatevelo imprestare. Altrimenti tornata a leggere i vari Incal・

Se sei Dampyr e tu lo sai batti le mani

Come direbbe Freak Antoni: brutta storia ragazzi, brutta storia.
Chissà cos’è venuto in mente ai capoccioni della Bonelli quando hanno deciso di lanciarsi nel magico mondo della retorica narrativa vampiresca, riuscendone tra l’altro a tirarne fuori qualcosa di eccellente Smithers [-cit.].

Se siete stati attenti vi ricorderete sicuramente della mia passione per i fumetti sobri, inoltre vi parlo di vampiri e se duepiùduefaquattro avrete CERTAMENTE fatto una naturalissima associazione e capito che sto per parlarvi delle tombe etrusche situate nei pressi di Castellina in Chianti.

No. Oggi parleremo di Dampyr.
Mezzo uomo, mezzo vampiro. Barbuto e cupo, arriva a casa nella versione con giacca di pelle e pistola magica annessa. Fornito di due aiutanti/bestie/amici immondi sempre al suo fianco, t’accompagna in fredde serate con stufetta accesa e gatto sulle ginocchia per trascinarti nel suo mondo fatto di strane creature maligne, streghe affascinanti e ammazzamenti in rapida sequenza.

Senza mamma – morta dandolo alla luce – scopre d’essere figlio di un Maestro della Notte, uno stronzone che vorrebbe far fuori il genere umano o almeno sottometterlo al male.
Decide di schierarsi dalla parte del bene, della luce e della vita, avvalendosi dell’aiuto di creature benevole umane e non, creando un notevolissimo entourage di esseri pensanti provenienti da tutto il mondo.

Partiamo da un presupposto: sembra banale, una sorta di Van Helsing senza le tettone che scorrono sul pavimento emergendo dalla nebbia, e invece…
Dampyr è un fumetto bellissimo. Un personaggio misterioso, che ci rivela qualcosa in più su se stesso a ogni numero, introducendo una vecchia conoscenza, o un nuovo amore, che lo umanizza e lo rende credibile.
Abbiamo episodi avvincenti, dotati di una carica narrativa che ragazzi, parliamone, gli ultimi Dylan Dog al confronto sembrano un Harmony di bassissima leva (ovvero uno qualsiasi).

Dampyr ci insegna che (all’apparenza) una  brutta storia può dar vita ad una bella saga –  sul serio – e darci la nostra quotidiana dose di malinconia fumettistica che solo certi fumetti del buon, caro e vecchio Bonelli riescono a creare.

E che se sei un Dampyr e ti innamori di una vampira non c’è niente che tu possa fare, tranne andare oltre. Perché se no la vampira muore.
‘Notte・

Meeting of Styles

Ogni anno si svolge a Milano uno degli eventi più importanti per quanto riguarda il mondo del writing, il Meeting of Style (MOS), manifestazione che ha portato in città oltre duecento writers, provenienti da ogni parte del globo.
A Trezzano sul Naviglio si sono dati appuntamento oltre che artisti, anche un esercito di dj, breakers e appassionati, tutti uniti sotto un’unica “bandiera” : quella dell’arte e dell’Hip hop culture, dove non esistono differenze di razza o di colore, ma solo tanta voglia di lasciare una traccia di sé sopra quei muri, e godersi una giornata all’insegna dell’arte nelle sue varie forme.
Il progetto nasce da un’organizzazione no-profit, la Int. Meeting of Styles, che opera nei quattro continenti proponendo il proprio format di evento ovunque; diffondendo una cultura di strada che si stava rischiando di perdere, che trova in eventi come il MOS vera e propria linfa. In Italia, la regia dell’evento è stato affidata all’esperienza della Nuclear1 di Milano, una crew molto conosciuta a livello europeo e non solo, viste le loro murate in tutta Europa e oltreoceano, in Messico e USA.

Come, dove e da chi nasce il progetto Meeting of Styles?
«Ciao, il Meeting of Styles nasce a Wiesbaden, Germania dalla mente di YOURS Rzm, quindici anni fa. All’inizio era una jam locale, piano piano si è allargata a dismisura…»

Raccontateci come è arrivato in città, e chi ha collaborato per la costruzione e la riuscita di MOS Milano?
«Nel 2012 siamo stati invitati come Nuclear 1 crew a dipingere alle edizioni del MOSall’estero: Grecia, Germania e in seguito quell’anno, Marte è stato invitato a partecipare in USA e Messico. Le nostre produzioni milanesi sono uscite fuori continente, e dalle foto si capiva che dietro le nostre murate c’era una preparazione e uno studio. Quindi ci è stato proposto di organizzare qualcosa di più grande di una murata per dieci persone e noi ad occhi chiusi abbiamo accettato, non sapendo a cosa stavamo andando incontro…(risata)»

Come si fa a costruire un evento con duecento artisti da tutto il mondo, mostre, ospiti internazionali e spettacoli per due giorni?
«È una faticaccia, fidati. Lavoriamo un anno intero per il MOS Italy, tra riunioni interne nella crew e incontri con sponsor e Comune, oltre a mantenere la connessione con gli artisti. Abbiamo uno Staff molto solido composto da noi N1 e da nostri amici fidati che ci aiutano in questa impresa: in tutto siamo circa venticinque persone».

Quali sono le difficoltà che una organizzazione come la vostra deve affrontare quando costruisce un maxievento come MOS?
«Sono tantissime, ora non sto qui ad elencarti tutto, ma diciamo che in primis ci sono gli sponsor e i finanziatori dell’evento. Il MOS ha bisogno di un discreto budget per ospitare, dare da mangiare e fornire di materiale duecento persone per tre giorni, e non è una cifra moderata. Anche gli eventi collaterali portano via tanta energia e sono molto impegnativi, per organizzare una “battle” di Break Dance fatta bene ci vogliono dei professionisti del settore».

Cosa ne pensate del panorama nazionale e del sempre maggior numero di eventi sulla Street Art?
«L’Italia è vista bene all’estero, abbiamo una grande scena con writer all’altezza di altre nazioni di spicco come Germania e Inghilterra».

C’è il rischio di snaturare la genuinità degli artisti e del principio con cui è nata quest’arte?
«No, non penso, è un movimento troppo grosso che cresce ed ha attenzioni sempre più grandi da parte della gente».

Quale è secondo voi l’approccio idoneo da avere con la street art e quale è il suo compito nella nostra società?
«I graffiti sono in continua evoluzione e nel mondo di oggi, soprattutto nella publicità e nell’urbanistica, occupano una fetta imponente. L’approccio è sempre più serio… finalmente!»

Ci sono state altre rassegne in Italia di MOS, qual è l’ esperienza che vi ha dato di più o vi è rimasta più impressa?
«Si ci sono stati due MOS Italy prima di noi a Venezia, con un discreto successo, poi non so per quale motivo hanno abbandonato il progetto. Noi lo abbiamo ripreso dopo cinque o sei anni che non veniva più fatto in italia».

Chi volesse darvi una mano o sostenervi come può fare?
Chi ci vuole aiutare e sostenere economicamente, o con proposte o idee ci può contattare sulla nostra pagina Facebook o scrivere una mail a: nuclear1crew@gmail.com

Un saluto a tutti・

Amianto Comics 4: nemmeno i Pokemon evolvono meglio

Torniamo a parlarvi di auto-produzioni italiane di un certo livello, ovverosia gli amici dell’Amianto Comics, che ci hanno spedito il numero quattro della loro rivista antologica, che si è rivelata numero dopo numero sempre ricco di belle sorprese. In questo numero, però, qualcosa è cambiato, qualcosa che permette a tutti di godere dei fumetti Amianto.

Albo di settantasei pagine in bianco e nero (più alcune illustrazioni a colori) resta, secondo la formula della casa editrice, un albo antologico. Ma –  complici vari impegni e la possibilità di far tirare il fiato ad alcuni disegnatori – alcune delle opere a puntate che hanno accompagnato gli ultimi tre numeri, si prendono una pausa, lasciando spazio a cinque storie auto-conclusive. Così capite perché vi proponiamo il numero quattro.
Sappiamo contare non vi preoccupate.

Una copertina di Sara “Sax” Guidi, presenti anche illustrazioni di Erica Rossi e Francesco Cagnoni. Inoltre, mantenendo il suo ruolo di rivista, Amianto Comics possiede al suo interno anche alcune pagine di approfondimento, sulla musica, e sul medium della narrazione, a cura di Gabriele Baldaccini, Elio Marraci e Federico Cinelli; mentre l’editing e il lettering dell’albo sono sempre a cura di Almafè.

Amianto Comics parte subito col botto con Rick Derian, di Galeotti e Coppola, una storia poliziesca degna del miglior film d’azione americano. I disegni sono, e non ho paura a dirlo, fenomenali. Un tratto che si finge abbozzato ed è invece attentissimo ai dettagli. Non fatemi parlare del registro delle tavole, altrimenti svengo. Un taglio cinematografico che si sposa perfettamente con la narrazione e che le dona quel ritmo tipico del cinema di genere, tenendo alta la suspense e dinamismo. Una storia che non mette mai, e dico mai, il piede sul freno, ma costruisce il suo climax con sapiente uso di cliché, ma reinterpretati per creare un prodotto di intrattenimento che è una gioia per gli occhi. C’è un particolare effetto sonoro, che vedremo quando una finestra si rompe, che trovo assolutamente geniale.
Il punto debole di un thriller così interessante, sono però i dialoghi, che ho trovato un pelo sciatti e prevedibili. Sono certo che in in grande momento di azione debbano essere i fatti a parlare, e non le parole, ma da una sceneggiatura così solida e intelligente mi aspettavo qualcosa di più.

Little Singapore Brucia di Benassi e Picchetti è un’avventura molto particolare, fortemente malinconica, ma che ricorda un cartone animato del sabato mattina. Il tratto cartoonesco è una scelta interessante per una storia tutto sommato drammatica, ma si tratta di una scommessa che si rivela vincente e la narrazione giova parecchio dal suo look disneyiano.
Benassi splende nella caratterizzazione dei personaggi e – soprattutto – nella creazione di un mondo vero e reale, senza eccedere nello spiegone galattico. Il che era cruciale per rendere la storia quello che risulta poi essere. Di nuovo, un pollice in sù per il duo.

Domani, di Polloni e Calisti, è breve, brevissima, e molto intima. Che ti divora da dentro, e ti fa pensare a tutti quei momenti, in cui la forza non ce l’hai. Un bel cazzotto nello stomaco. E non dico altro. Ma un plauso alla semplicità con cui il racconto crea empatia col lettore.

Aurora, di Benassi e Ceglia, è una gioia per gli occhi. E no, non solo perché si vedono delle belle signore in deshabillé (occhio lettori minorenni), ma perché il tratto è così morbido da sembrare velluto. Un misto di influenze nostrane e francesi, con un tocco di americano rendono Ceglia uno dei disegnatori più plastici che io abbia mai visto, con un uso raffinatissimo delle inquadrature e un’espressività nei suoi volti che mamma mia. Esatto. Mamma mia. Sono un critico vero io, conosco un sacco di modi per esprimere la mia sorpresa. Anche citare gli Abba.
La storia è muta e quindi uno dei generi più difficili da realizzare. Devo dire però che in questo caso Benassi non riesce a eccellere, perché il tutto risulta riuscire semplice e interessante fino alle ultime vignette, quando comincia a perdere di senso che avrebbe voluto l’autore. Poi magari sono cretino io, e la cosa è possibilissima.

Quando il mondo era nostro, di Benassi e Nori-Mattioli (con colori di Margherita Meneguzzi), è una storia che tutto sommato abbiamo già visto. MA! Per la prima volta, l’ho vista realizzare con del realismo. Di nuovo, Benassi riesce a fotografare l’umanità in un modo molto personale, ma interessante, e i suoi personaggi sembrano semplicemente veri e non semplici veicoli per raccontare una storia. Nori-Mattioli ha un tratto personalissimo, che mi ricorda molto le copertine dei libri del Battello a vapore che leggevo da ragazzino. Non chiedetemi il perché, semplicemente lo fa. Per dirla in breve,  si può solo definire espressivo. Il cambiamento sui volti dei suoi personaggi si riflette perfettamente con la narrazione,creando un’alchimia agrodolce, fra storia e disegno.

Spenderò due parole anche sugli approfondimenti, perché di solito in una rivista leggo tutto (sono genovese, non si spreca nulla dalle mie parti). La Pagina 777, che parla di musica, è molto interessante, ma ha un tono più da blog che in alcuni casi risulta un pelo passivo-aggressivo, e non mi ha colpito in modo molto positivo. Poi, che la critica venga da un blog, è ironia pura, me ne rendo conto. Il ragionamento in sé è però molto interessante.
Gli approfondimenti su Evangelion sono molto curati e quello sul Corriere dei iccoli mi ha molto colpito in positivo. Una bella sorpresa citare un po’ il “nonno” del fumetto antologico italiano.

Si conclude la carrellata di storie con l’umoristica TRAMPLAND, di Domenico Martino, satira sul presidente odierno degli stati uniti. Il tratto caricaturale è molto forte e interessante, non sono riuscito però a trovare tutte le battute super riuscite, ma sapete che io con l’umorismo sono come un vecchio che guarda i cantieri e penso che ai miei tempi, con due Monthy Python, si faceva tutto meglio.

Alla fine della fiera Amianto 4 è una creatura mitologica americana rara. No, non il Bigfoot o il Jackalope, ma il famigerato Punto di inizio ideale per i nuovi lettori.
Non serve aver letto altri fumetti della casa editrice per apprezzarlo,  ma fa il suo sporco lavoro con stile ed eleganza. È un classico del genere, che prende a grandi mani da altri antologici famosi, ma ci mette del suo e si vede comunque che è un prodotto nostrano. E la cosa non è da sottovalutare, il fumetto italiano ha un suo posto nella storia del genere e a me piace pensare che nel suo futuro ci sia anche Amianto.
Una rivista contenitore interessante, che salta da un genere all’altro come un canguro risolutissimo, e riesce quasi sempre a vincere tutte le sfide che gli vengono poste davanti.
Una rivista in completa e costante evoluzione, che pur mantenendo una linea coerente con se stessa, non ha paura di cambiare e di osare. E se solo dopo qualche anno siamo a questi livelli, mi preparo le medicine per il cuore per il prossimo step, o sarà infarto secco.

La chicca sta anche nel fatto che ogni numero, anche quelli vecchi, sono scaricabili online sul sito della casa editrice. Io lo dirò fino a che non mi cadranno le dita, il fatto che il fumetto possa essere letto legalmente online, e gratuitamente, è una mossa geniale a dire poco・

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