Le allucinazioni di Napoleone

Nel 1997 è nato un fumetto battezzato Napoleone. Ambrosini e i suoi colleghi ce l’hanno messa tutta e ne è uscito quello che, a mio modestissimo parere, si può definire una mosca bianca nel mondo editoriale bonelliano.
Un uomo con un’infanzia sofferente e le sue allucinazioni sono i protagonisti di un fumetto inusuale, toccante e non certo per tutti. Un’opera contemplativa che affronta la psicanalisi, il gioco fra le parti e la tristezza delle persone.

Partiamo da un presupposto: Napoleone è un uomo che soffre. Ha sempre con sé Lucrezia, Scintillone e Caliendo, che rappresentano ognuno un lato della sua personalità. Questi esseri immaginari lo consigliano, lo portano verso un’inclinazione caratteriale piuttosto che un’altra, talvolta lo assecondano. Napoleone si scontra con i suoi demoni, e spesso lo fa con i criminali che combatte, in una sorta di battaglia dalla quale chi vince ne esce in realtà sconfitto, ma dalla propria mente.  Insomma, un lietissimo vortice fatto di personalità borderline, amarezza e disegni meravigliosi.

Quando è comparso Bacilieri e ha iniziato a illustrare queste pagine, si è verificato un fenomeno ormai sempre più raro nel mondo del fumetto: disegni e storie erano perfetti insieme. Non c’era una discrepanza che fosse una, non erano dissonanti quei disegni plastici, davano concretezza all’esistenza effimera delle cose, alle battaglie interne e alla mente dei protagonisti.

Attivo dal 1982 nel mondo dell’editoria, Bacilieri inizia collaborando con Milo Manara (e già da questo si evince il calibro), e dopo Napoleone ci regala un’altra immensa gioia: Jan Dix, ma questa è un’altra storia. Sembrava fosse nato per disegnare occhi allucinati e sudore, col suo tratto solido, definito.

Napoleone è una di quelle creature che manca, un fumetto insolito e poco canonico ma in grado di esplorare temi complessi con la giusta considerazione e una pesantezza piacevole・

“The Quest” della Noise Press

Personalmente non sono più un grande fan del fantasy dal 2006. Certo, come tutti i buon nerd a volte gioco di ruolo, ma il mio scopo è sempre quello di rompere le palle, piuttosto che godermi gli ambienti, la cappa e la spada. Ma, il fumetto di cui parliamo oggi, prende il fantasy, e ci dà uno spin un po’ diverso.

The Quest è un volume auto-conclusivo brossurato di sessantotto pagine a colori, scritto e disegnato da Lorenzo Maglianesi, ed è una storia apparentemente formulaica.
Il mondo è salvo, gli eroi hanno vinto, e tutto ci viene narrato via flashback da uno di questi inconsueti “salvatori”. John Due di picche, ladro e baro, si gode la sua vita raccontando le sue imprese e quelle dei suoi compagni, ora che il peggio sembra passato. Racconta dell’esistenza di un uomo, o forse è qualcosa di più, noto come Il guerriero. Una macchina di morte e distruzione, alla quale nessun nemico può sfuggire, le cui gesta leggendarie sono raccontate lungo tutto il mondo. A John piace dire di aver scoperto il guerriero, e non esita a raccontarci il loro primo incontro, avvenuto molti anni prima, in una taverna, dove lavorava fianco a fianco della procace Mira, per spellare un ricco nobile appassionato digiuoco d’azzardo. Alla partita si aggiunge poi un omaccione silenzioso, e il resto, come si suol dire… è storia.

The Quest gioca così su molti aspetti del Fantasy, sviluppandone alcuni e facendo la parodia di altri, risultando così principalmente un fumetto umoristico. Ma non fatevi ingannare dalle apparenze, perché è anche un fumetto d’azione. E per la miseria che azione! Il tratto cartoonesco (con influenze giapponesi) di Maglianesi, risulta estremamente espressivo, sia nelle scene comiche, sia in quelle di botte, e anzi, l’autore utilizza una mossa astutissima per differenziare le due anime del fumetto, in una sequenza di pura violenza, tutta in bicromia, che lascerà sorpresi anche i lettori più scafati.

Tutti i personaggi sono estremamente caratteristici, e immediatamente riconoscibili, mettendo il lettore subito a suo agio; un pregio non da poco per la nascita di un piccolo universo a fumetti.

L’umorismo della storia è molto particolare, unisce alcune battute piuttosto fini (e delle citazioni non troppo nascoste ad alcuni grandi classici della narrativa d’intrattenimento), ad alcune piuttosto grassocce, ma nel complesso si sorride per tutta la durata dell’albo, e non si può non fare a meno di fare il tifo per i nostri eroi. 

Se devo muovere una critica – e sapete che devo, fa parte del mestiere – a volte il linguaggio usato da Maglianesi, pur essendo perfettamente allineato a come parlerebbe un personaggio “moderno”, si sposa forse un po’ male con il mondo di The Quest, e alcune espressioni risultano così un pelino fuori posto.

Alla fin della fiera, l’albo risulta un piacevolissimo divertissment e che cattura l’essenza del fumetto come evasione e relax, dimostrando un esecuzione particolare, che fonde vari stilemi narrativi per crearne uno nuovo. E anche quando ha delle cadute di stile, riesce lo stesso a rialzarsi con una trovata interessante e una visione della narrazione fuori dagli schemi, che è poi il punto di forza dell’avventura di Maglianesi. Interessante e ben studiata anche la cornice della storia, che fa sì che il tutto possa essere letto singolarmente come volume unico, ma anche come preludio a una lunga (si spera) serie di avventure.

The quest è un fumetto fatto di spinte e controspinte, dove il personaggio migliore è quello femminile di Mira (che risulta l’unica persona con la testa sulle spalle e probabilmente anche il personaggio più furbo della serie), ma è presente un filino di sessismo; dove alcuni tropi sono parodizzati con grande tecnica, altri invece usati in modo molto spinto; non si prende troppo sul serio, ma riesce lo stesso a creare un mondo dove esistono delle regole.

Quest, in inglese vuol dire, “ricerca, missione”, e una ricerca ha alla sua base una visione d”insieme, che il fumetto ha, e dimostra attraverso la sapiente fusione di parole e disegni, sviluppando anche le difficilissime sequenze mute, uno stabile del fumetto moderno, ma una tecnica sempre più spesso malsfruttata. C’è quindi una visione, e un obbiettivo, che è quello di fare un bel fumetto. E direi che ci si è riusciti.

Se il fumetto vi interessa potete acquistarlo attraverso la pagina Facebook della Noise Press. Il prezzo di copertina è di 7,5 euro  e mi rendo conto che possa sembrare un pelo salato, ma vi assicuro che l’edizione Noise è di una qualità rara, e si tratta comunque di un’opera scritta e disegnata da una persona sola.
Mica bruschette!・

Chi compra Labadessa?

Labadessa. Chi non conosce Labadessa?
Sicuramente non te che stai leggendo un blog di pseudo recensioni su fumetti e illustrazioni. E se stai leggendo un blog come questo non puoi non conoscere Labadessa! E se lo conosci sai anche che ha pubblicato con la Shockdom un albo dal titolo Mezza fetta di limone. E fino qui tutto bene perché sono informazioni che si trovano sulla copertina. Ma poniamoci la domanda cruciale:
Si dovrebbe comprare questo fumetto?

La risposta è personale e ve la do personalmente in fondo a questo articolo dopo una superficiale ed evitabile analisi.

MFdL racconta qualcosa? No, racconta più che altro uno stato d’animo, un modo di essere, di pensare, che mi ha ricordato per certi versi Anubi (ma senza paragonarli, perché trovo abbiano profondità sensibilmente differenti).
Il modo di restituire sensazioni e disagio (perché stiamo parlando sempre de Labadessa, ricordiamocelo) è portato con simpatici escamotage e ben gestiti. C’è proprio da dire che a livello tecnico questo è condotto ma-gi-stral-mente. Stampato in mente ho ancora il coniglio strafatto in mezzo alla musica che balla, immobile. Difficile da spiegare se non lo vedete, ma restituisce proprio tutto il concetto.

Ma se non state trovando entusiasmo nelle mie parole è perché non riesco a mettercelo. Questo succede per un semplice motivo, ovvero l’albo è di plastica. Premetto che non ho nulla contro la plastica (ho delle splendide posate a casa fatte di questo materiale perché il metallo è un po’ troppo di lusso) ma risalta comunque quell’odore tipico – metaforicamente parlando, eh! – che hanno le cose nate, come dire?, più dalla testa che dal cuore.
La sensazione che mi ha dato è quello di leggere qualcosa che è stato forzatamente voluto per vendere. Un esercizio di stile, di cui Labby (noi amicichenonloconosciamo lo chiamiamo così quando scherziamo) è super in grado di fare. Pagina dopo pagina trovi un elemento che ti fa pensare in un angolino della materia grigia “figo questo”. Ma quello che lascia alla fine è… poco. Cerco di spiegarmi con altre parole.

Pensate alla differenza tra due opere – un fumetto, come un libro, un quadro o un ricordo ombelicale, non importa – di cui: una nata da “Mi è venuta in mente un’idea!” e l’altra da “Riesci a creare qualcosa entro marzo?”. Parliamo della differenza tra arte e intrattenimento. MFdL è un fantastico prodotto di quest’ultima categoria che restituisce una visione del mondo non così pazzesca, ma nemmeno che faccia pensare alla banalità, sensibilmente artefatta. È quella azione di marketing per mandare avanti il lavoro di diverse persone, Labby compreso, e far girare l’economia del mondo.

Ma sia chiaro che questa è per me una puntualizzazione e non una critica. Io lo farei se me lo chiedessero! La gente dovrà pur sopravvivere. E se Labadessa è stato scelto è perché ovviamente è in grado di farlo. Un plauso (come dice Giovanni) a questo ragazzo che sa il fatto suo.

Quindi: cosa fare di questo fumetto?

Fatevelo regalare

Liberati dal Male, coraggiosi tentativi

Liberati dal male è un albo che segue la formula McGuffin di presentare “i fumetti che vorremmo leggere”, e come gli exploit precedenti di questa realtà, mantiene la struttura di antologico in bianco e nero.

Al contrario delle opere precedenti però, Liberati dal male non presenta cornice, ma ha al suo interno cinque storie, tutte legate allo stesso argomento, ma introdotte solo da una pagina nera e una citazione. Ora, quel grande mistero di uomo che è John Francis Moore (sempre il mondo lo abbia in gloria) le aveva usate bene le citazioni di altri nel suo piccolo gioiello che era Doom 2099, ma personalmente trovo usare parole di altri in un’opera letteraria di intrattenimento, un qualcosa di assolutamente superfluo. Se la mia storia ha un messaggio, non vedo perché devo usare parole di altri per spiegarlo.
Detto da uno che gioca a fare il critico dei fumetti suona amaramente ironico, me ne rendo conto, ma che volete che vi dica? Sono un uomo con alcune opinioni molto rumorose. Denunciatemi! (No per favore, non fatelo davvero).

Le storie all’interno del volume sono scritte da Mattia Ferri e da Mattia Boglioni, e disegnate da Martina Bonanni, Fra Bzz, Elettroteppa, Matteo De Santis, Giacomo Traini, con copertina di Laura Mondelli e illustrazioni finali di Ettore Mazza e Marta Bertagna.

Mi rendo conto di star girando intorno al tema del volume; un po’ per scelta, un po’ per imbarazzo. Questo perché Liberati dal male è un volume in cui tutte le narrazioni parlano di suicidio, argomento che definire complesso è l’understatement del millennio. E i suoi autori lo sanno, e lo dicono apertamente nella prefazione del volume, scritta da Boglioni. Però, se mi permettete un minimo di cinismo, per far finta di essere uno che sa gettare le premesse… dieci a uno che in questo albo si cita Nietschze.
Ohibò, ho vinto!

Le tre storie scritte da Boglioni, e le due scritte da Ferri, sono concettualmente molto diverse fra di loro e meritano quindi un’analisi più “compatta”. Partendo da Ferri, Inferno quotidiano(Elettroteppa) e Non è successo niente (Traini), sono due racconti nel quale le parole, servono poco. Diamine, la prima è letteralmente muta, una delle tecniche più complesse da usare in un fumetto (a meno di non essere Larry Hama, ma sorvoliamo la citazione colta), mentre nella seconda il senso di tutto quello che accade, come visto dal protagonista, forse si è perso. Ma non è del tutto negativo.
Dall’altro lato della barricata, in Passeggiata sulla tangenziale (Bonanni), Whiskey, fucile e sigarette (De Santis) e L’ultimo di tanti giorni (Bzz), le parole contano eccome, e le didascalie la fanno da padrone assolute.

Abbiamo quindi di fronte due blocchi di storie, nel quale sarebbe pleonastico dire che si notano similitudini di stile di sceneggiatura, perché dopotutto sono scritte dalla stessa persona, ma – con una nota un po’ negativa, dico che – hanno anche tutte lo stesso impatto emotivo e lo stesso messaggio. Mi spiego meglio:
Se Ferri ha un approccio molto più empatico all’argomento del volume, Boglioni ne ha uno molto più filosofico. E questo ben si compensa agli stili grafici usati nell’albo, con una Bonanni molto migliorata rispetto al volume precedente, e con probabilmente il tratto più pulito fra la scuderia di talenti impegnata in quest’opera, che fa un lavoro eccellente nelle espressioni dei personaggi, e anche con alcune soluzioni grafiche interessanti (ma becchettate sulle mani per le mancanze di sfondi palesi in alcune vignette. Anche perché, quando ci sono, sono bellissimi ed è un peccato). Fra Bzzpresenta invece un tratto nervoso, quasi ronzante nella quale nulla è sicuro, nulla è fermo, ma tutto è affascinante. De Santis, è un giovane Kevin Maguire.
Io l’ho detto, ora aspetto che disegni Guy Gardner che viene preso a cazzotti.

Pur avendo un comparto grafico di tutto rispetto, le storie di Boglioni non hanno il mordente necessario. Intendiamoci, parlare di morte e di suicidio è complesso. Ognuno vive il lutto, la mancanza, la depressione e la disperazione in modi totalmente diversi. E quindi, nel parere di chi scrive, nel raccontare storie di questo genere, si deve cercare di rappresentare un florilegio di espressioni, di emozioni. Florilegio che in questo trittico purtroppo non è sempre presente, sostituito da un approccio filosofico o poco profondo, o addirittura banale. Eccezion fatta per Whiskey, fucile e sigarette, che invece prova un qualcosa di diverso, e veramente personale, che colpisce molto di più di un vagheggiante nichilismo spicciolo, o di un messaggio già visto e rivisto.

Mentre, che dire dei restanti due disegnatori?
Elettroteppa ha una regia della tavola, e un controllo delle vignette, che fa paura. Lucido, pulito, in un ordine maniacale fatto di immagini ripetute che riescono a essere dinamiche. Sono sorpreso a dir poco. Purtroppo però, la colorazione in scale di grigi, rovina un po’ la chiarezza della storia. Traini, gioca col chiaroscuro con la facilità con cui probabilmente respiro, e ha questo tratto che sembra sporco e punk, ma in realtà è preciso e diretto, come un cazzotto in faccia.

Le storie di Ferri, sono essenzialmente diverse l’una dall’altra, e sono molto sperimentali. E purtroppo l’esperimento non sempre riesce, con Inferno quotidiano che ha sì un’ottima regia, ma risulta forse un pelo complessa da comprendere a una prima lettura, e anche quando si arriva al messaggio, il tutto sembra comunque piuttosto vago. Mente Non è successo niente, prova a dare l’idea di un vuoto esistenziale, con una scelta molto coraggiosa, ma che – di nuovo – non raggiunge del tutto il suo scopo. Con Liberati dal male, la McGuffin comics decide di canalizzare tutto il suo Cirque du soleil interiore, di concludere così una trilogia che potremo definire con “Alegria”.

Il giovane collettivo, che con un manifesto punk e una tragica storia d’amore era riuscito a impressionarci sempre di più, affronta con questo volume, un boccone molto grande, forse più grande di quanto i nostri autori possano masticare. Questo perché, raccontare storie, è più o meno semplice; ma raccontare storie che suscitino emozioni in chi legge… molto meno.

Fin dall’introduzione, sono rimasto un po’ colpito da questa direzione della McGuffin, che definisce “menti raffinate” tutti i personaggi del volume (poi, potremmo discutere sul aver posto la frase Esiste forse uomo più coraggioso di chi si uccide, di cui ho capito il senso, ma come pedagogista avevo le mani nei capelli), lasciando forse un po’ indietro quello spirito di sorpresa che c’era negli albi precedenti. Perché l’elemento sorpresa, quel fattore “wow” che ti fa posare il fumetto per un attimo per riprenderti, semplicemente non c’è.
C’è però un albo a fumetti, scritto, disegnato, editato e impaginato con una tecnica e una professionalità rara da parte di un’auto-produzione, che fa onore a tutte le persone coinvolte, e ai loro maestri, che dimostra ancora una volta come si, si può fare del buon fumetto anche qui. Ma manca qualcosa.
Non si pretende di capire le scelte dei personaggi. Cavoli, non si pretende neanche di trovare simpatici i personaggi, strumenti della storia, ma come tali dovrebbero essere almeno un qualcosa di diverso da una voce fuori campo, che suona tonante su come tutto sia vuoto.

La depressione, la delusione, hanno forme diverse e differenti, tutte vere o bugiarde, e, sebbene tutti siamo stati tristi, il dolore che gli altri provano, in forme plateali o nascoste, è un pozzo senza fondo, di cui gli autori hanno solo grattato la superficie. Ed è un peccato, perché – in un bizzarro twist – la passione per il fumetto e per il medium si sente, e si sente fortissimo, la “passione” per l’argomento no. È come mangiare una torta di pasticceria, contro una torta della nonna, si ha quel sapore di buono, ma forse più dozzinale e meno personale.

Non conosco il processo che ha portato i nostri eroi ad arrivare a questo albo, e non pretendo farlo, sono certo che sono state fatte ricerche sul suicidio prima di raccontarlo sotto forma di disegni e parole, ma, nel parere di chi scrive – forse – ne serviva un po’ di più.

Parlare di numeri è futile in una recensione di questo tipo, perché potrei dare tranquillamente a questa prova della McGuffin un due stelle su cinque come un critico vero, e tutti a casa. Ma, non è possibile generalizzare quanto un’esperienza narrativa possa impattare il lettore, e per questo, penso che dare una possibilità a quest’ultima fatica, di gente che nel fumetto ci crede davvero, sia comunque consigliato.

Se volete acquistarlo, e siete in zona Desenzano del Garda, lo trovate Game Academy e all’Ozio (o scrivete direttamente alla loro pagina Fb)・

Alieni VS Americani VS Brad Barron VS TUTTO!

Partiamo da questo semplice e inoppugnabile presupposto: i disegni di Bruno Brindisi sono perfetti. Passiamo oltre.
Parliamo di Brad Barron. Nello specifico di Brad Barron disegnato da Bruno Brindisi.
Stesse iniziali. Coincidenze? Io non credo.

Detto questo. Chi è Bruno Brindisi? Fumettista amatoriale prima, erotico poi, approdato sulle pagine di Dylan Dog nel 1991 e arruolato per il primo, bellissimo e super trash episodio del precedentemente menzionato Brad Barron, un fumetto che, come tanti altri ho scoperto grazie al mio babbo che, oltre all’amore per le edicole, mi ha trasmesso l’amore per i fumetti concettualmente discutibili. Cosa succede qui? La terra viene invasa dai Morb, alieni cattivissimi – davvero molto cattivissimi – che catturano un uomo/biologo/soldato/tenente/padre/marito eccezionale, ovvero il nostro amico Brad.

In questo strano dopoguerra, simile al nostro (il secondo) ma pieno di riferimenti ovviamente fantascientifici, riesce a sfuggire, ritrovare moglie e figlia – bionde e perfette come solo delle vere cittadine statunitensi possono essere – combattere i Morb e trovare anche una terribile giacca col collo peloso che la sottoscritta ha ipotizzato fosse di montone, e si sa che il montone non dona proprio a tutti. Insomma, gli indizi per immaginare un fumetto di merda ci sono tutti.
E invece..!

Chi meglio di Brindisi, poi, potrebbe rappresentare questa realtà effimera, distrutta in pochi minuti dagli alieni stronzi, un uomo fatto a pezzi e la sua spasmodica ricerca della famiglia e del tempo ormai perduto? Il tratto è sottile, pulito. Il disegno è universalmente bello. Non che nonèbellociòcheèbellomaèbellociòchepiace. Brindisi ha i coglioni quadri e riesce a rappresentare qualsiasi sfumatura delle ambientazioni ricreate, la paura sulle facce di chi cade nell’infausto destino dell’essere nelle mani dei Morb, nonché il phatos enfatizzato di qualsiasi film della fine degli anni ’50.

Brindisi di fumetti belli ne ha realizzati tanti, ma, sempre secondo il mio modestissimo e discutibilissimo parere, il primo numero di Brad Barron rimane una delle sue perlegrazie anche allo zampino di una casa editrice che ringrazio ogni giorno per tutti i mangiarini [-Cit.]

“The Steams Chronicles” della Noise Press

Nella narrativa esiste un genere, che potremmo definire di nicchia ma comunque molto conosciuto, chiamato Steampunk. Per chi non lo sapesse, si tratta di un modo di vedere il mondo in maniera ucronica, e pensare, che forse – negli anni dei motori a vapore – la tecnologia fosse mooolto più avanzata. Della serie: perché avere un cannone laser che funziona a plutonio, quando posso avere un cannone laser che funziona ad acqua?
Gli amici della Noise Press, di Steampunk se ne intendono e hanno deciso di crearci sopra una serie, chiamata The Steams Chronicles , arrivata fino a ora al quarto volume. Ma per me che non l’ho mai letto, può esistere un modo per apprezzare questa serie? Beh, scopriamolo assieme!

Pubblicato nel 2017 (con una simpatica anteprima in quel di Lucca Comics), The Steams è un albo antologico di quaranta pagine tutte a colori. Eh già! sapete che qui sono nel mio.
Il packaging è di ottima qualità, con copertina in cartoncino e una bella carta lucida, che dà all’albo una vera e propria qualità professionale. L’unico difetto che posso trovare in questa scelta è che l’albo sia un FlipBook, ovverosia che metà storie siano stampate in un verso, e metà nell’altro (e che ciò non sia proprio i massimo è una delle poche cose su cui io e mia sorella andiamo d’accordo). Ma comprendo la scelta editoriale, la Noise Press, per testuali parole del suo fondatore si ispira all’Image Comics, e non puoi dire “Prima Image” senza “FlipBook”.

L’albo, più di molti altri fumetti, è un albo corale, con un totale di sei storie brevi, assaggi di un enorme buffet di un mondo molto grande, ancora da cominciare. La cura messa nel gestire una formula così all’apparenza semplice si vede lontano un miglio, e i risultati sono evidenti.
Analizzando le storie dell’albo, senza un vero ordine preciso (ma in realtà un pelo di ordine c’è. E sapendo come scrivo, già lo conoscete).

Can be a father (Paul Izzo/Lorenzo Maglianesi) è una storia da sei pagine nella quale l’azione la fa da padrona e il tratto cinetico e un po’ caricaturale di Maglianesi dà il meglio di sé. Le botte sono fluide e scorrono benissimo sulla pagina con una semplicità disarmante, riuscendo a catturare perfettamente la differenza di taglia fra i combattenti. Vi è una bella metafora, ma che – purtroppo – può essere difficile da capire benissimo se non si ha letto la serie (come nel mio caso). Il tutto però scorre con una semplicità e una freschezza, e quella bella sensazione di ignoto nel domandarsi “E dopo cosa succede?” è sempre presente e non può essere che un bene.

Et Voilà (Massimo Colella/Gabriele Derosas/Francesca Carotenuto) è la storia di un mago (ergo di un mezzo collega) Ci viene così introdotto un nuovo personaggio, il grande Torval, con un mistero alle spalle. Un plauso davvero grande a Derosas, che tratteggia alcuni dei personaggi più espressivi dell’albo, con uno stile interessantissimo, molto cartoonesco, ma che rende davvero tanto, raggiungendo quel giusto mezzo fra l’esagerato e il reale, che è poi il modo migliore per fare fumetto.

La Chimica degli Dei (Brian Freschi/Marco Cabras/Marcello Iozzoli) è probabilmente la storia più particolare dell’albo. Mascherata da mistero, con un sacco di elementi e di pezzi di puzzle pronti a essere messi in ordine per dare il via a qualcosa di sicuramente particolare, ma – sotto sotto – un racconto spirituale. Non si giudica una storia dalla sua prima pagina, ma la prima pagina di questa avventura mi ha colpito tantissimo e mi ha dato da pensare. Non tutti ci riescono (e si vede da come scrivo), ma questa storia ce l’ha fatta.

Rapina al treno (Enrico Martini/Marta Quaglia) è una storia dinamica, veloce e incapsula perfettamente lo stile di fumetto d’intrattenimento. Senza fronzoli, senza citazioni cervellotiche (ma una finissima alla Hanna e Barbera che mi fa urlare fortissimo STOP THE PIGEON!), ma costruita con gli ingredienti più puri del fumetto: azione, intrigo e avventura.

This Sound leads the Way (Luca Frigerio/Pasquale Qualano/Chiara Miriade), è una di QUELLE storie. Una storia quasi completamente muta, ma gestita dalle didascalie, prese da un libro famoso. Una di quelle storie, che per usare una classica parasederata, o si sa fare o non si sa fare. Bisogna trovare il giusto compromesso fra le parole di un altro, e quello dello sceneggiatore. Frigerio ci riesce. E dimostra di non essere proprio il primo venuto. Qualano dà il bianco, con delle influenze americane fuse perfettamente con uno stile riconoscibile emade in stivale. Non ho paura ha dire, che questa storia è come un italiano che parla inglese senza accento, e non sfigurerebbe in un albo USA.

Mek Molly (Alessio Landi/Vincenzo Carratù/Alice Colasante) è, senza fronzoli, la storia più bella dell’albo. Porta le sue influenze come medaglie sul petto. Una cocktail perfetto, per un fumetto che non mette mai il piede sul freno in una corsa tutta in accelerazione, con un personaggio che riesce a essere di una spiazzante tamarraggine, ma comunque introspettivo (poco, ma in poche pagine i miracoli non si fanno facilmente). Grande aggiunta per la scuderia Noise. Del tipo: io una serie regolare di Molly la leggerei. Ha gli schettini ai piedi come Iron Man negli anni ’70, sono dettagli di classe.

Facciamo poi anche un applauso ai curatori Antonio Sepe e Marcello Iozzoli, alla grafica Alessandra Delfino, e agli eroi senza il giusto riconoscimento, il letteristi Miriam Rossi, Marco Della Verde e Massimo Stella. Io sono cieco come una talpa (mi son rovinato leggendo troppo. Storia vera), senza di voi, sarei perso.

The Steams Chronicles è un fumetto semplice, ma va comunque capito come approcciarvisi. Se pensate di avere di fronte qualcosa che vi intratterrà per ore, purtroppo avete scelto il fumetto sbagliato. Se invece credete di avere di fronte un Demo Reel, un trailer montato con classe e arguzia, signori, avete fatto jackpot.
I fumetti americani, ogni tanto mettono la dicitura “punto d’inizio ideale per i nuovi lettori” sulla loro copertina. Spesso e volentieri mentono. Il seriale – non mi stancherò MAI di ripeterlo – è fatto per prendere un fumetto a caso e dire: “Ehi, questa storia sembra forte. Ne voglio sapere di più”.

The Steam incapsula benissimo il suo mondo, presentandoci le sue facce come un cubo di Rubik: ipnotico, con sei storie che sono sì leggibili da sole, ma sono francamente solo un gustoso antipasto, che, se la qualità permane anche nella serie regolare, sono sicuro sarà un qualcosa di luculliano. Giusto per far vedere che ho fatto le scuole alte.

L’albo non mi è stato spedito dai ragazzi della Noise, l’ho comperato a Lucca con i miei sudati risparmi ottenuti facendomi mordere e sputare addosso. Comprato a scatola chiusa, con l’unico punto sicuro a suo favore – oltre al conoscere già le opere di alcuni degli autori al suo interno – il genere, che sembra spesso e volentieri abusato, ma che in realtà ha tali molte meno di quello che sembra. Ed è stato subito amore. A una prima lettura, ne è subito seguita una seconda, e poi una terza. A cercare di capire come quel pezzo di trama si incastrasse, chi fosse quel personaggio, cosa fosse nuovo o cosa non lo fosse (come quando ne avevo quindici e non c’era internet a dirmi tutto). È una sensazione che non provavo da tempo. Quella di diventare fan di una nuova proprietà.
Ed è molto, molto, piacevole・

Atlantide, donne seminude, Mu e altre amenità

Nel 1997 esce in edicola uno speciale – ahimè – esaurito da tempo (“ahimè” perché credo che ognuno dovrebbe averne una copia a casa, in modo da potersi fare una cultura; la mia la posseggo ormai da ben vent’anni e la custodisco gelosamente) del super sobrio e per niente altisonante personaggio made in Bonelli, Martin Mystère: Gli uomini in nero.

L’episodio tratta dell’esistenza, per l’appunto, di questa fantomatica (o no?) organizzazione, dedita ad annientare, già dal principio della civiltà, tutto ciò che di diverso c’è e si manifesta, più o meno palesemente. Mette un po’ da parte il buon vecchio zio Martin e ci racconta di come due, anzi tre, personaggi salvano tutti e tutto.
Atlantide bellissima, Mu misteriosa, città e civiltà distrutte, battaglie, viaggi spazio-temporali, morte e distruzione, distruzione e morte.  Richiami all’origine del tutto nei due protagonisti, Adam ed Eva, sempre vestiti in modo molto poco proponibile e trash da fare schifo. Insomma, un altro fumetto essenziale e adorabile, tramandatomi dal mi’ babbo come al solito.

In tutto questo mettiamoci la maestria di Castelli e i disegni degli Esposito bros, ma poi basta che sennò si fa prima a prendere baracche e burattini, fare ciao ciao con la manina e chiudersi in se stessi dondolando piano.
Detto ciò: partendo dalle tavole mai pubblicate per Zona X e arrivando sulle pagine di Zagornel 2008, i fratelli Esposito ci deliziano con un tratto pulito, un po’ vecchia scuola, dando ai personaggi spesso una fisicità tremendamente enfatizzata ma non ridicola. Semplicemente hanno dei muscoli un po’ eccessivi e delle gambe lunghissime, niente che non si possa trovare guardando Mister Olympia o una sfilata di Victoria’s secret. Ma i loro personaggi salvano il mondo. Vengono conservati in misteriose teche per migliaia di anni. Soffrono tantissimo. E hanno una resa grafica pazzesca.
Quindi, ciancio alle bande! Trovatene SUBITO una copia, leggetela, ammiratela, annusate la carta vecchia di vent’anni e gioitene assieme a me. Questo non è un consiglio.
È un ordine

Ode a Roi

Ebbene sì.
All’alba dei miei meravigliosi 29 anni, appena compiuti, mi accingo a scrivere di uno dei disegnatori che più mi ha affascinata negli anni, a partire da quando, come ben saprete, ho iniziato ad apprezzare il magico mondo del fumetto, specie quello splatter e poco sobrio.
Il disegnatore in questione è lui: Corrado Roi. Lo so, lo so. Stigrancazzoni, direte voi. Ne convengo: è come se si stesse parlando di pasticceria ed io tirassi fuori dalle tasche la ricetta per la millefoglie perfetta come se mi piacesse vincere facile.
Ma vincere cosa poi?

Scusate, stavo divagando. Roi – dicevo – se avesse una formula matematica che lo rappresenta sarebbe sicuramente: (60 anni di vita) x (44 anni di attività) x (1000 meraviglie create) x (GRAZIE PER TUTTO CORRA’) = lui.
Uno dei pochi temerari ad aver partecipato a quel bellissimo progetto editoriale che era Magico Vento e assiduo frequentatore di Craven Roadci dona tavole polverose, con un tratto talvolta sporco talvolta pulitissimo – o perché no? – entrambi, e ci fa apprezzare davvero tanto anche delle storie oscene come quelle (la maggior parte, almeno) del Dylan Dog degli ultimissimi tempi.
Ricordo quando a una bancarella di piazza Colombo, a Genova, trovai un piccolo albo con una o due storie inedite di Dyd, penso a un’ euro, un’ euro e cinquanta a dir tanto, disegnate dal nostro eroe: uno degli acquisti più felici di tutta la mia vita (e considerate che io rasento la compulsione quando si tratta di accumulare cose).
Insomma, nella vita c’ è un tempo per amare Roi e un tempo per amarlo ancora di più, quando diventi un po’ più grande e capisci meglio la sua cupezza, la sua continua ricerca, per quel color nero così evidente da essere un costante protagonista dei suoi lavori.

Roi esalta il bene e il male e riesce a fonderli in un unico disegno senza che tu possa trovarci qualcosa di sbagliato.
E per questo lo ringrazio infinitamente・

The Kabuki Fight: pugni e pliè

Di recente, mi è capitato per le mani un fumetto particolare, The Kabuki Fight, che potremmo definire Beat ‘em up – rubando il termine ai videogiuochi – un fumetto che ci ha offerto molti spunti interessanti e qualche momento di puro “Wow!”. Scritto, disegnato e letterato da Vincenzo Federici, con colori di Valentina Pinto, è un albo di ottanta pagine.

Ve lo dico subito, appena aperto, sono stato colpito con forza da quell’effetto “Wow!”, sopracitato, perché i disegni di Federici sono davvero, ma davvero, belli. Ma ci torno su dopo. La nostra storia è ambientata in un futuro alternativo, dove il Kabuki è passato dall’essere una danza interpretativa, a uno sport da combattimento duro e puro. In questo mondo, si muovono i nostri tre protagonisti, ognuno proveniente da un luogo diverso, ma con un obbiettivo comune, che li porterà a girare il mondo. Menando le mani, ovviamente.

Dicevamo: i disegni di Federici. Oh mamma!
Le prime pagine sono ipnotiche, ti catturano allo stesso modo di come facevano i fumetti americani anni ‘90. Quelli che erano qualcosa di completamente diversi da tutto quello che ti saresti aspettato. Un tratto magnetico, ma soprattutto estremamente dinamico. Sono palesi le sue influenze americane, giapponesi e al mondo dei videogiochi, ma è anche presente una forte componente autoriale, che vi permette di distinguere un Federici quasi a occhi chiusi.
Un’esperienza cinematografica, fatta di una regia della tavola movimentata quanto i contenuti della stessa, con al suo interno dozzine di personaggi che riescono a sprizzare caratterialità da tutti i pori proprio grazie al loro design intricato, ma d’impatto. Non c’è un singolo uomo o donna disegnato in questo albo che passi inosservato, dandoci per l’impressione di star osservando un mondo reale, vivo e pulsante con del buon vecchio carattere.

I colori della Pinto non solo completano questa opera in modo, beh… perfetto, ma sono professionali e interessanti, corposi e brillanti. Si nota una particolare abilità in alcune scene di lotta, dove lo sfondo cambia da tonalità calde a fredde a seconda dell’intensità della sfida. Una scelta stilistica da leccarsi i baffi, e – per la miseria – da farseli crescere se non li si possiede.

Per quanto riguarda la storia, c’è però una piccola divisione da fare: premessa ed esecuzione. Non tutto fila in modo fluido come la parte grafica. Come scritto in precedenza, palesi sono le influenze videoludiche di Federici. Se avete mai giocato Street Fighter II, noterete con piacere che si potrebbe nascondere uno di questi personaggi all’interno dello schermo di selezione del gioco e nessuno se ne accorgerebbe. Però, come questi ultimi, i protagonisti di The Kabuki Fight sono piattiMeyo, la lottatrice giapponese si può riassumere con la parola “onore” (e calci); Pietro, il lottatore italiano è “impulsivo”; Rose, la pilota francese, è “ammiccante”.
Questo è un peccato, perché i semini per far di questi personaggi qualcosa di molto interessante ci sono, ma sembra tutto lasciato da parte, per far parlare i cazzotti. Che va più che bene, se la storia fosse basata solo sul Kabuki, e non su un conflitto che vorrebbe essere emotivo, ma risulta invece un po’ prevedibile e, in alcuni casi, anche un pelo fastidioso.
Le nazionalità dei personaggi sono date, come nei fumetti Marvel anni ‘90, da parole della loro lingua o dialetto, inseriti all’interno della pagina in modi a volte un po’ forzati. Sono molto contento che Rose sia Francese e sono il primo che quando si trova a parlare una lingua straniera in situazione complesse inizia a parlare italiano, ma al terzo ma cherebuttato lì, ammetto di aver iniziato a sentire la stanchezza.

Questo è un po’ il punto debole di The Kabuki Fight, l’avere una storia tutto sommato solida, senza troppe pretese, ma avere dei personaggi abbozzati che devono metterla in scena. Intendiamoci, è un fumetto interessante, che trae giovamento dall’avere un autore completo ai testi e ai disegni, ma che non riesce a spiccare il volo come dovrebbe.
Quando l’azione sale, non si ferma mai, ti incolla alle pagine, te le fa leggere e rileggere. Quando i personaggi parlano, purtroppo, la struttura rallenta in modo piuttosto improvviso, e questo non giova all’esperienza.

Un mondo dove la lotta è coreografata e dove l’espressione poesia in movimento prende vita. Ma dove, per citare Dante, chi si ferma è perduto

Smokey: A Smogpunk adventure

Partiamo dal principio: chi è Smokey?
Smokey è un’idea nata e scritta da Almafè, il cuore pulsante del collettivo Amianto (formato da Alessandro Benassi, Matteo Polloni e Federico Galeotti), e come tutte le migliori idee, è nato sui banchi di scuola. Per essere precisi: su quelli della Scuola Comics di Firenze.
Grazie a un design di Sara Terranova, nasce una mascotte del tutto particolare: un detective di New Orleans, sgangherato a dire poco. Una realtà alternativa alla nostra dove l’aria è così inquinata che chiunque è costretto a indossare una maschera antigas,  dove al contempo la rivoluzione digitale non è mai avvenuta e la tecnologia è decisamente insolita. Basti pensare che il nostro eroe non ha un blog, ma una trasmissione via televideo (diventando così il personaggio a fumetti preferito di mio padre per i secoli a venire).

“Ma Giova” dirà così il mio lettore immaginario preferito “Sei proprio un venduto!” “Dove sta la differenza con gli altri prodotti Amianto?“.

Beh, per farla breve, Smokey è un fumetto comico.
A partire dall’ambientazione surreale, che il “superpotere” del nostro detective sia capire tutti gli indizi del mondo che lo circonda, passando dal fatto che ha un arguta soluzione solo dopo un pisolino, fino al fedele cane mascherato Dingo, potrete notare come questo sia tutto fuorché un fumetto che si prende sul serio. All’interno dell’albo, avremo così tre storie, due già pubblicate sul sito dell’Amianto, e una inedita.

In Terapia ed altro… potremmo assistere alle origini del nostro eroe, che vedremo in azione al servizio di un’anziana e sospettosa cliente in Sonnolenza, per poi pigiare il piede sull’acceleratore dell’azione e della suspense in Smokey e la rapina in banca.

Devo fare un plauso al contesto nel quale il protagonista si muove.
L’idea di un mondo con una tecnologia simile, ma molto diversa dalla nostra è più che interessante e – anche se si presta ad alcune scelte non sempre di semplice comprensione – la maggior parte delle trovate sono estremamente creative e divertenti.
Il design della Terranova è molto intrigante, ha quel bel tono cartoonesco che permette ai personaggi un’espressività esagerata quanto basta, facendo anche un lavoro interessante sulle maschere antigas, che risultano una seconda faccia per molti personaggi, un po’ alla Uomo Ragno di Steve Ditko (così faccio vedere che qualche fumetto l’ho letto per davvero e non faccio solo finta).
Gli sfondi sono sempre dettagliati e interessanti, e le tavole scorrono con una semplicità e una naturalezza rara, aiutate anche da una scala di grigi che dona al fumetto un look molto, molto interessante.

A volte viene da chiedersi perché secondo il fumetto tutti debbano indossare una maschera in ogni momento, cosa che non viene sempre rispettato da tutti i personaggi. Ma essendo le prime avventure, è un difetto perdonabile: Smokey deve ancora trovare un po’ la sua voce.

Da un punto di vista della storia invece è un fumetto leggero e simpatico, un’ottima lettura da svago. Non vi farà ridere a crepapelle con battute devastanti e tempi comici perfetti, questo va detto. L’umorismo è molto particolare, in alcuni momenti è surreale, e fa sorridere; in altri perde un po’ di smalto, scadendo nel grassoccio. Questo non è un vero e proprio problema – o meglio – lo è se siete alla ricerca di un qualcosa che vi farà scompisciare. Ci sono alcune battute molto belle, forti e ben studiate (quasi tutte centrate sul cane Dingo, a mio parere il personaggio migliore della serie). Se lo scopo era che tutto il fumetto fosse sullo stesso livello, Almafè deve ancora lavorare un po’ su quell’aspetto.

La sceneggiatura però è fluida e dinamica, non si ha mai l’impressione di leggere qualcosa che non vada da nessuna parte. Bisogna ricordarsi che, quando si scrive un qualcosa di buffo, la difficoltà è duplice: bisogna avere uno scheletro solido e poi metterci sopra anche il livello divertente.
Alla fine della fiera, è un fumetto allo stato gassoso, che occupa tutto lo spazio disponibile, cercando una sua forma perfetta, grazie alla quale riuscirà a diventare un prodotto solido. Già riesce a catturare l’attenzione dei suoi lettori, e a risultare simpatico a una prima occhiata.

Se volete leggere qualche sua avventura, il collettivo è avanti anni luce (come Brockcapopalestra di Plumbeopoli) e vi permette di leggere la maggior parte delle sue storie sul suo sito, gratuitamente. Questo è il futuro gente.
Il futuro・

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