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Più che Demo, Beta

Di Gimmi

Ora davvero vorrei che uno che abbia letto Demo della Edizioni BD, esca dalla sua nicchia, indossi una faccia tosta e mi scriva perché questo fumetto è bello.

Mi rendo conto di iniziare in modo diversamente-simpatico questo articolo. E vorrei scrivere solo di cose che mi sono piaciute a pacchi. Ma mi rendo conto che non sia possibile, e non mi va di parlare male di qualcosa solo per parlarne male.
Quindi cerco ferocemente il confronto (che preferirei non fosse altrettanto feroce), perché nemmeno nella mia panetteria di fiducia mi hanno risposto che non l’hanno letto.
Ma io – nel mio cuoricino emaciato – sento che c’è qualcosa che mi sfugge. Non riesco a cogliere qualche particolare che mi faccia vedere in un’ altra prospettiva la situa. Quindi, nella speranza tu possa smentire tutto quello che sto per scrivere, mi appropinquo a gettare brutte parole e cattivi concetti su queste pagine.

Attraverso diciotto bellissime storie autoconclusive su ragazze e ragazzi con poteri speciali, DEMO racconta le vite ai margini e snodi cruciali per la scoperta di se stessi, in un mondo in cui l’essere diversi genera paura.

Quello che vedete qui sopra è la citazione di ciò che la Edizione BD ha inserito sul retro copertina e noi adesso andremo ad analizzare quelle che io reputo un po’ delle bugie bricconcellose. (E poi volevo mettere una citazione in WordPress, che non l’ho mai fatto).

NOTA: “E cosa doveva mettere nel retro, che fa cagare?!” potresti dire. È vero, è vero. Ma permettimi di sentirmi un po’ preso per il culo.

Attraverso diciotto bellissime storie autoconclusive, e già qui si cominciano le menzogne, non tanto sulla bellezza di tali, che vabbè, pure il superlativo!, ma quanto per la parola “autoconclusive”. Difficile spiegare su due piedi cosa sia la conclusione di una storia. Un po’ è semplicemente il fatto che la senti finita, un po’ – invece – è che non ci sia più altro da raccontare in quella vicenda (caso a parte sono i finali aperti alla Inception, che sono volutamente stronzi). Quindi io mi aspetto che qualcosa venga concluso, e invece no!
NO!
Invece no!
Lo ripeto, no!
Ci sono storie di cui i suddetti “poteri speciali” (di cui trattiamo tra un momento perché anche qui ce n’è da dire), si scoprono alla fine e ti affiora dalle labbra un: “e allora?”. Per farvi capire è come se voi guardaste un cortometraggio e vedeste che un simpatico stregone vestito di grigio andasse in un simpatico villaggietto di ometti dai simpatici piedoni pelosoni e (hai visto Il signore degli anelli, vero? Cioè, sto parlando di questo, penso si capisca) e lo stregone va da uno e ci fa “Guarda qua, bro, Questo è un anello creato da un tiranno e ora andiamo a buttarlo in un vulcano” – “Ok”. Fine.
Ma non vi girerebbero le ghiandole riproduttrici?

Ora forse qualcuno dirà che a Gimmi non piacciono questo genere di cose ma che al mondo ne esistono. Infatti poco fa Netflix ha fatto uscire una serie chiamata Love, Death + Robots che… esatto!
Esatto!
Se l’hai vista l’hai già capito.
Io litigo con il mio amico Febo (che saluto) perché a lui non è piaciuta e a me si! Alcune di più e alcune di meno, ovviamente. Non si possono definire racconti brevi (a eccezione di qualcuna) perché non hanno un vero e proprio sviluppo narrativo, ma più un incipit di storia. Ma va bene! Perché sono ideate per essere tali. Ma in Demo succede più tipo, che boh. Ti porto fino a dove potrebbe cominciare una figata e poi ti lascio lì, a guardare quello che non puoi avere.

Andiamo avanti.
Con poteri speciali. Allora, diciamo che il binomio poteri speciali e adolescenza sia un’abbinamento grandioso (a chi non piace Spiderman?) – tralasciando il fatto che alcuni dei protagonisti non sono proprio quei teen di primo pelo guardandoli in faccia, ma vebbé -, vediamoli un po’ insieme quali sono questi poteri: prevedere il futuro, ok. Super forza, va bene. Immortalità, siii. Cannibalismo, eh? Maniacalità, ma che..? Ossessivo compulsivo, stiamo parlando della stessa cosa?
Alcuni non li trovo super poteri (ma forse sono troppo stupido o esigente io. Forse dovrebbero essere viste come cose più ampie. Come caratteristiche. Forse – e dico forse – non dovrei andare a cercare il pelo nell’uovo. Sorvolare su ciò, l’importante è che siano raccontate bene…

Ma qui c’è l’altra cosa che mi scazza un po’.
Spiderman è un raga… come? L’ho già citato e poi pare che abbia un cultura pop scarsa e la gente mi urlerebbe che non dovrei scrivere e sono una piccola merda attaccata alla suola dello stivale che a qualcuno piace chiamare “casa nostra”? Ok, cerchiamo di salvare le apparenze. Da capo.

Ma qui c’è l’altra cosa che mi scazza un po’.
Sapete quali sono gli episodi più belli (per me) di quel déjà vu gigante che è Dragonball Z? I cinque episodi in cui si parla di Gohan che fa il super eroe. Perché si trova a fare i conti con la sua vita privata e da eroe che si accavallano (*Coff* Spiderman *coff coff*) ed emergono i problemi. Fantastico!
Qualcosa che ti rende migliore di altri diventa il tuo problema. Non dico che in tutte queste diciotto storie non ci sia un elemento del genere. Non dico nemmeno che debba essere sempre così marcato. Ma se io sono un soldato dalla mira che Deadshot mi fa un grilletto, e sono in guerra, e non voglio uccidere nessuno, e voglio andare a casa da mia figlia neonata anche se questo mi farà odiare dalla madre perché non porto la pagnotta e di tutta questa storia la mia mira non è risultata incisiva per nulla, allora forse forse ho l’ideuzza che quel super potere sia stato un poco incastrato a forza.
Che poi questo racconto (che ho lievemente spoilerato) è quello che mi ha preso di più. Con un tema interessante e emotivo a stecca.
Ma perché la super mira?!

Quindi, non so. Non mi ha convinto moltissimo.
E secondo me, tolte tutte queste osservazioni, perché poi alla fine può essere bello anche di per sé, che magari dici, non fossero state messe in questa cornice super eroistica alcune cose non me ne sarei accorto. Ok.
Ma la cosa che proprio mi porta a dire Meh! e a mio avviso è una pecca pesante è raccontare parte di quelle storie. Sembra una cattiveria, ma intendo che viene raccontata la storia in sé (la parte interessante, diciamo) . Per essere più preciso in alcune storie o è tutto un flashback del personaggio di turno o semplicemente è lo stesso personaggio che racconta e ti dice “tutto è cominciato quando stavo defecando nel bagno di una centrale nucleare” (per fare un esempio inesatto).
Esiste una regola nella narrativa che fa “Show don’t tell” che per i pochi di voi che non sanno il polacco, vuol dire: mostra, non dire (spiegare). E cacchio se è detto (spiegato). Un sacco di dialoghi. Ma fatemi vedere cosa comporta il super potere che incontra il… il…
Arrrrrg!

Facciamo un respiro.

In tutto questo non ho scritto chi sono gli autori, ma tanto sono stranieri, per questo posso parlarne male. Quindi tralasciamo, e andiamo alle conclusioni.
Alcune delle diciotto storie sono interessanti, alcune anche belle. Ma nel complesso l’ho trovato narrativamente ripetitivo ed è un peccato perché in sé il progetto è interessante.
Quindi, che devo dirvi?
Fatevelo regalare・

Sudario Brando e i mille e un Fgius!

Di Gimmi

Parlare di Fgius! è apparentemente semplice. Ti emulo quello che capita quando lo prendi in mano:

“Beh, si ecco. Questo è un albo, credo, con… con delle storie che parlano di… Cioè, si potrebbe definire una raccolta di racconti. Anche se… ecco… Ci sono delle…”
“Lo stai tenendo al contrario”
“Ah…”

Quindi partiamo con il dire che cosa non è:
Non è qualcosa di già visto (anche se si può credere del contrario); non è una raccolta di racconti, perché banalmente un racconto ha una struttura narrativa, per quanto breve. Sono più spunti di genialità (ma a quest punto ci arriviamo); non è brutto, anche se qualcuno potrebbe dire che questa affermazione sia opinabile (e anche a questo ci arriviamo dopo, dato che è lo stesso punto di prima).

Se dovessi dare una definizione di cosa è – invece – direi che è una rivista, pensata e disegnata dal signor Sudario Brando, con del materiale geniale all’interno, che ha qualcosa di vecchio (per la questione rivista, anni ’80, cose già viste), ma con un contenuto moderno. Contenuto moderno geniale.

Ok, ok. Evidente che io sia di parte e che a me sia piaciuto.
Il punto è (il punto di cui dicevo prima che ci saremmo arrivati, ed eccoci qui) che all’interno c’è del nonsense, che però a senso. Ha una sua dimensione. Una sua logica nell’essere illogico. Dicevo prima – appunto – che per alcuni una cosa del genere è opinabile perché, giustamente, può non piacere a tutti. Ma secondo me questa affermazione che ribatte la mia di affermazione è altrettanto opinabile (opinabile è la parola del giorno).
Perché? Presto detto.

Se noi immaginassimo il nostro orizzonte (barra) cultura, come una stanza – o meglio! – una membrana, ricoperta di placenta materna di una saggezza dei secoli, noi vivremmo all’interno di questo spazio stretto. E per viverci, pensare e – perché no? – creare all’interno dobbiamo farci spazio. Spingere queste pareti mollicce e allargarle. E allora ti guardi intorno e vedi il lavoro che hai fatto soddisfatto e alla domanda, cosa ascolti?, rispondi fiero: vado in disco fino a spaccarmi le gambe ballando a ritmo di tunz tunz, ma la mattina dopo smaltisco l’hangover ascoltando Jaco Pastorius.
Avere un’apertura simile da non aver pregiudizi, accogliere quello che viene e farlo proprio anche se indirettamente. Banalmente (forse) la cultura serve (anche) a questo: a non aver pregiudizi.

Mi stai seguendo o ti ho perso a tunz tunz?
Per farla semplice leggere qualcosa di – finalmente! – nuovo, per quanto esca dagli schemi narrativi, che ti presenti una nuova struttura di intrattenimento, aiuta a fare quello sopracitato. E se posso, qualcosa che fa questo io lo considero, in oltre, arte.

Cazzosì, l’ho detto!
Arte, porcopanettiere (che porcaputtana è maschilista), senza stare a pensare troppo a spaccarci testicoli e ovaie sul concetto di arte. Qualcosa che banalmente va un po’ più in là. Che prova, sperimenta, azzarda e lo fa in modo unico.

Non basta?
E se aggiungessi che, ogni singola copia venduta, il signor Sudario l’ha personalizzata? Cioè, vedi la copertina di questo articolo? Una testa rossa su sfondo bianco, giusto? Ecco, per ognuna (a meno che qualcuno non l’abbia voluta bianca, cosa che penso sia successa) di quelle copie l’ha personalizzata disegnando un volto di un personaggio richiesto dall’acquirente. E lui si è messo lì, per ciascuno, a disegnare e colorare il faccino rendendo ogni copia unica dal punto di vista della copertina!
Mapporcaputt… nettiere. Non è la dedichina da un minuto e trenta, per quanto bella e originale possa essere, che fanno i disegnatori sotto i colpi di frusta dei fan, ma una performance su copertina.
Non ti sballa a dismisura questa cosa?

Comunque, facendo il punto.
Fgius! è qualcosa di nuovo, bello, geniale (anche geniale è la parola del giorno) e che chiunque dovrebbe leggere per dare un po’ di spazio a quel buco di culo che chiama cultura. Quello che c’è dentro non ve lo nomino nemmeno, perché riassumerlo sarebbe come spiegare un sogno. Non saprei da dove iniziare.

Quindi. Smetti di fare affermazioni opinabili (era un po’ che non lo scrivevo) e vai subito ad acquistarne uno.
Che la vita è troppo breve per non aver letto Fgius!

Passere: tutto quello che c’è da sapere sugli uccelli (?)

Buongiornissimo!
Quello che faremo oggi è più una riflessione che una discussione, cara lettrice o caro lettore (e qui fare una distinzione di dotazione organica è importante), e per far ciò utilizziamo il fumetto auto-prodotto di Franziska: Il PrincipeNE azzurro & la PrincipasseRA.

Parliamo di una lettura femminile?
Se non dovessi pensarci direi di sì, e se dovessi dare una motivazione direi che parlare di problemi sentimentali amorosi stabilisce automaticamente una netta distinzione. Poi ripenso a quanto il maschilismo mi coli sulle spalle con questa affermazione e non saprei più che dire. Dunque, leggendo questo fumetto dal titolo birichino mi viene automatica una seconda domanda:

Che cosa determina se una lettura sia femminile o maschile?
Da quello che ho imparato non è tanto quanto riguarda la tematica, ma il suo sviluppo. Mi hanno insegnato che (a grandi linee) i maschietti tendono a mostrare ciò che è azione e pratica, mentre le nostre sinuose e affascinanti nemesi prediligono la relazione (e per questo il grave errore sulla tematica).

Sottolineando più e più volte, fino a strappare il foglio, che io non sia proprio certo di quello che sto scrivendo – e che se tu volessi commentare potrebbe diventare davvero una piacevole discussione sull’argomento – proviamo ad andare a fondo nell’anima del fumetto.

Cosa mi hanno ricordato le disavventure amorose della protagonista Turchese?
Una vocina nella testa mi minaccia, con un coltello sulla giugulare di una sinapsi, di non menzionarlo ma lo farò comunque: mi ricorda il nostro caro e conosciuto e stimato e waw-il-mio-fumettista-preferito e basta , Zerocalcare! (Fuochi d’artificio pum rupum trattapapam)
Mi spiego subito. Cosa fa la rock star dei fumetti? Non traccia una storia con inizio, svolgimento e fine, ma ti parla della sua vita, problemi e timori annessi (praticamente solo questo). Ed è strano perché è un uomo! urla il piccolo maschilista che è in me. Non porta avanti una vera e propria narrazione – e quando ci prova non viene molto considerato (vedi Dodici) -, ma tutti turbamenti interni e dintorni.
E siamo tutti d’accordo nel dire che parte del suo successo sia dovuto al fatto di far ridere (ho una personale teoria che dice: la comicità aiuta a farti conoscere su larga scala, la profondità (e tristezza) invece di aiuta a fidelizzare il pubblico. Calcare fa entrambe le cose e BAM!).

Ma torniamo a noi.
Torniamo al momento in cui al Cartoomics di Milano ero in piedi allo stand di una ragazza con i capelli turchese che mi dedicava la mia copia e una parte di me diceva che è bello esplorare il mondo della auto-produzioni e scoprire tutto quello che c’è in piazza. L’altra osservava che cazzo, un libro su donne che parlano di cazzo, cazzo! (La mia parte maschilista è fallocentrica).
Insomma, ammetto che mi sarei aspettato di annoiarmi dietro i deliri di una ragazza e le sue problematiche. Di trovarmi di fronte a qualcosa che non portasse a nulla. E per certi versi è così. Le vicissitudini della protagonista non hanno un senso narrativo, ma solo un filo conduttore del Principene, che si palesa nella mente della protagonista, formato dalla insoddisfazione (sentimentale… forse). O almeno questo vale nel primo volume.

E allora?
Che si fa? Non proviamo nemmeno a leggerlo? No, dai. Diamole una possibilità. E allora ho letto una pagina. E poi quella dopo. E poi quella dopo. E quella dopo ancora. E ogni fallimento amoroso – o sessuale – che Turchese (la protagonista) incontra io mi rispecchio. Ma non in lei (non lo dite a mia madre, ma ho il pene), ma nei deludenti ragazzotti! E paranoico come sono mi chiedo, ma io potrei fare una cosa del genere? Ma avrà mai pensato questo una ragazza di me? Ecco, allora persone che non la pensano così esistono!
Dei trip personali che mi hanno avvicinato, anche se da un lato diverso da quello che dovrebbe, al personaggio. Questo mi ha portato a voler sapere qualcosa di più su questa ragazza romana – che avrei paura ora di incontrare – e so che potrei farlo leggendo il seguito. E so che lo farò.

E quindi: dovremmo noi maschietti leggere queste cose?
Secondo me la risposta più normale e sensata è che leggere tutto non può far male, ma al contrario arricchire

I giorni che scompaiono (a seguire, la tua felicità)

Mi capita spesso di andare dalla mia (nuova) fumetteria di fiducia e, oltre a ordinare il pane (perché se chiedi un sacchetto ti mettono l’albo in una busta di carta marrone di cui l’unica funzione pare essere coprire l’acquisto come i preservativi in farmacia), chiedo al commesso: “Consigliami qualcosa che ti è piaciuto un sacco”.
Se sei davvero finito nella fumetteria di fiducia allora non ti sbobinano solo roba per vendere, ma ascoltano la tua richiesta, ci pensano, e ti mettono in mano cose come I giorni che scompaiono, di Timothé Le Boucher.

Sì, questa è una recensione positiva.
E parto col dirti che se intenzionati a immergervi in una deliziosa poesia malinconica, allora non leggere il retro della copertina… ma nemmeno questa recensione.
Se ti piacciono i fumetti dal tono pacato, molto umani, che lasciano dentro quel senso di un qualcosa che vi ha arricchito, ma al prezzo di una scomoda verità, allora prendilo alla cieca e fidati, come io mi sono fidato del commesso della panetteria.
Se siete degli stronzi scettici continuate a leggere questa recensione, con la consapevolezza che perderete un po’ di magia.

I giorni che scompaiono ha un incipit accattivante. Lubin – protagonista -salta un giorno su due. Dormiglione? No. Amnesia? Nemmeno.
E allora cosa? (Giuro che scriverlo mi costa fatica. Mi pare di strappare banconote da cento. La morte di una storia. Ma se non lo faccio non posso farvi capire).
Doppia personalità.

“Sai che roba” starai dicendo con l’hot dog in mano.
Graziealcazzo, che se una cosa viene detta è banale. Ma se cominci a leggere di un acrobata che non ha mai avuto tale disturbo e dopo una caduta salta un giorno, ti assicuro che non è proprio la prima cosa che viene in mente!

La magia di questo fumetto non è tanto la storia ma come è raccontata.
Ora – sul serio – non andare avanti a leggere queste righe. Te lo chiedo a livello personale. Finisce che poi non lo compri e ci rimango male.
Facciamo così: ti fermi qui, lo prendi e quando l’hai finito torni e continui a leggere cercando di capire se ho scritto cagate. Ok?
Mi fido.

Io aspetto.

Bentornato!
Quanto tempo, eh?

Allora, dove eravamo rimasti?
Il bello è come viene raccontato, dicevo qualche giorno fa. Perché cosa succede se non è più un giorno su due, ma uno su tre? E poi uno su quattro. E poi uno su..?
Non ricordo. Vabbé, fai che aumentano esponenzialmente fino ad arrivare che ti addormenti e passano anni interi. La vita ti scivola via e non te ne accorgi nemmeno. L’insegnamento che ci lascia questa cazzo di bellissima storia è che il tempo passa e tutto sembra superfluo. Ma non è così banale. Porcapupazza, l’ho letto ieri sera tutto d’un botto e ho perso quel concetto forte. È rimasta la sensazione. L’insegnamento.
A te no?

Ammetto che mi è spiaciuto che il ritmo cresca di botto, facendoti perdere un po’ quel confort ritmato con cui comincia. Però non può essere una critica perché non si può fare altrimenti. Specie se adotti la scelta (forse scontata, ma sicuramente d’impatto), di non far mai vedere la vita “dell’altro”.

Bello.
Sono triste da ieri, ma bello.

Se l’avete letto (o se dovete ancora farlo perché sei un infame), prova a tornare sulle vignette. Perché alla fine il potenziale narrativo del fumetto è questo. Guardate le inquadrature e i dettagli, le informazioni passate senza usare i dialoghi. Il ritmo lento e scandito che via via si fa più veloce. E la terribile certezza, crescente, inesorabile, che alla fine…

Bello.
Sono triste da ieri, ma bello.

L’unica cosa che mi sta un po’ in culo – ma alla fine che cazzo ne so io? – è una leggera inclinazione all’orientale nel tratto, specie in qualche personaggio. I francesi, maestri del fumetto da sempre, ma che mi fanno quelle espressioncine un po’ così che, boh, vabbé, guarda lascio correre solo perché mi ha fatto venire il magone.
Ma a parte questo, la colorazione a pastello (dico cose a caso), pacata e non aggressiva, si sposa benissimo con i toni della storia e fa capire che il nostro Timothé l’ha sentita la storia e non solo raccontata・

La chiamano alchimia

Era una sera d’inverno,  fuori stava piovendo, e io lavoravo diligentemente alla programmazione di Sta*mina senza alcuna fretta. Perché sono dannatamente bravo a far sì che tutto fili liscio come l’olio.
Al mio terzo bicchiere di whisky qualcuno bussò alla porta dell’ufficio ed io pronunciai le parole che da quel momento mi avrebbero cambiato la vita:
“Avanti”.
Una donna dai capelli corvini, infilata in un attillatissimo tubino nero non so in che modo, entrò. Si sedette sulla poltrona, si accese una sigaretta e disse:
“Sono Paola Oliviero, curatrice dell’antologia De artificium alchemiaMarengo Autoproduzioni
“Piacere” risposi, mentre mi asciugavo una gocciolina di sudore data dal timore di avere un’altra cagaminchia con il marito scomparso.
“Sono qui perché ho visto Sta*mina e la trovo la cosa più bella di questa fogna di città. Ho deciso di regalarvi una copia nella speranza di avere una recensione. Puoi farlo per me?”
Io presi una boccata di fumo denso dal mio sigaro, attesi qualche secondo per dare vita a un cliché letterario e uno cinematografico in una sola frase, e dissi:
“Certo”.
Ed eccomi qui.

Tutto falso, ovviamente, compreso il fatto che riesca a gestire le programmazioni senza problemi. L’unica cosa che si avvicina alla verità è stata che la cara Paola abbia voluto fare questa pazzia e lanciare la loro antologia nelle fauci del lupo. Andiamo dunque al nocciolo della questione: che è ‘sta robba?

De artificium alchemia,è la prima antologia (e forse l’unica, dato che la Marengo si vuole dedicare in realtà al fumetto) di illustrazione e poesia creata da loro. E tantissime persone che mi conoscono diranno: ma S.Leonte (che sono io), te non ci capisci un cazzo né di uno né dell’altro!
Vero.
Per questo ho fatto affidamento a degli esperti in materia.

Per la poesia ho chiesto un parere al mio caro amico Federico Ghillino su Whatsapp: Federico Ghillino, cosa ne pensi di queste poesie?
Sono allineate al centro. Parte già male
E mi fermerei qui, ma mi ha mandato un audio di quattro minuti e mi dispiace non esplicitare qualcosa di più. Il motivo per cui ha scelto le parole “brutta partenza” (secondo il discutibilissimo parere di Federico Ghillino, che poi chi cazzo lo conosce Federico Ghillino?) è perché sono la rappresentazione di un alone poetico presenti bene o male in tutti gli scritti, ovvero un inneggiare alla poesia senza ricercarla.
Personalmente, che sono un lettore di poesie difficile in quanto non ne legga, trovo che se ne possa definire una bella dal momento in cui non mi distraggo mentre la leggo e ci sia qualcosa che mi fa rimanere dentro. E beh…
Non è successo.

Bruna Ferrarese – illustratrice e parte attiva nel campo nonsoquale di Sta*mina – esamina invece la parte grafica dando un parere tecnicamente specifico alla scelta delle illustrazioni: “Poteva venire un’accozzaglia schifosa, data la diversità di stili, ma così non è stato“.
Un punto a favore alla Marengo che ha saputo scegliere bene i suoi artisti, nonostante un’ovvio sali e scendi di bravura dei soggetti.

All’inizio troviamo anche un editoriale che presenta ciò che seguirà. Editoriale che ho molto apprezzato, sia per l’interessante spiegazione, sia perché, senza questo, le illustrazioni e le poesie che delicatamente si posano dinanzi alla nostra retina ci condurrebbero a porci la tipica domanda che viene anche agli studiosi di latino alla prima lettura di un testo antico: “Eh?!”
Perché le illustrazioni e le poesie, appunto, non hanno nulla a che vedere con l’alchimia di comune conoscenza e per questo motivo, se vi dovesse capitare in mano questo libricino, leggetevi la pagina introduttiva.
Ma questo è solo un dato oggettivo.

Però, gente, questa è un’antologia e per definizione da wikipedia: un’antologia è una cosa che contiene tante cose. Quindi si capisce che la variabilità degli artisti all’interno amplifica la soggettività del giudizio, per dare uno scopo alla mia presenza, diamo uno sguardo al contenitore oltre che al contenuto.

Non si può dire che io sia un lettore assiduo di antologie auto-prodotte, ma in quanto utente medio ne ho sfogliate diverse e, perché no?, anche di fanzine più o meno sostanziose, e molto spesso non ho ritrovato quello che ho visto in questa.
Un tema. Ma non è solo il concetto di questo, perché è facile dire “un tema”, prendere quattro fogli, pinzarli e chiamarli “l’ombelico del solstizio” e farci tante cose carine sopra e allora tutto yeah, bellissimo. No.
Ha un significato, un legame stretto per cui tutto ha un suo senso all’interno. Forse non c’avete acchiappato ‘na ceppa in questo discorso, o forse riuscite ad andare al di là delle semplici parole. Provo a spiegarmi in modo più semplice ancora: De artificium alchemia ha senso. E, per mia personale deduzione, ciò lo percepisco perché dietro a tutto c’è stato un senso critico (e autocritico) dell’opera.

E allora, forse, quest’antologia non è la cosa cosa migliore che si presenta al mondo, non salverò la vita artistica di nessuno, non avrà nemmeno lo spessore giusto per fermare quel dannato tavolo che balla in cucina che sono tre mesi che devo fare qualcosa ma ancora niente! Però mi incuriosisce. Mi fa venir voglia di sapere quali altre pubblicazioni la mia – ora – affezionata Marengo farà nascere. Se anche le prossime pagine vignettate saranno così coese o se è stato solo un caso per questa uscita.

Per concludere!
Se pensate che quest’ultima sviolinata l’abbia fatta perché l’antologia mi è stata regalata, volendo quindi evitare la pura brutalità fine a se stessa, e nella speranza di avere in regalo le prossime pubblicazioni per altre recensioni vi sbagliate (sulla prima). Potrei sbobinare frasi su frasi su frasi in cui vi spiego quanto mi venga difficile essere falso, ma sapete cosa?
Fottesega

Chi compra Labadessa?

Labadessa. Chi non conosce Labadessa?
Sicuramente non te che stai leggendo un blog di pseudo recensioni su fumetti e illustrazioni. E se stai leggendo un blog come questo non puoi non conoscere Labadessa! E se lo conosci sai anche che ha pubblicato con la Shockdom un albo dal titolo Mezza fetta di limone. E fino qui tutto bene perché sono informazioni che si trovano sulla copertina. Ma poniamoci la domanda cruciale:
Si dovrebbe comprare questo fumetto?

La risposta è personale e ve la do personalmente in fondo a questo articolo dopo una superficiale ed evitabile analisi.

MFdL racconta qualcosa? No, racconta più che altro uno stato d’animo, un modo di essere, di pensare, che mi ha ricordato per certi versi Anubi (ma senza paragonarli, perché trovo abbiano profondità sensibilmente differenti).
Il modo di restituire sensazioni e disagio (perché stiamo parlando sempre de Labadessa, ricordiamocelo) è portato con simpatici escamotage e ben gestiti. C’è proprio da dire che a livello tecnico questo è condotto ma-gi-stral-mente. Stampato in mente ho ancora il coniglio strafatto in mezzo alla musica che balla, immobile. Difficile da spiegare se non lo vedete, ma restituisce proprio tutto il concetto.

Ma se non state trovando entusiasmo nelle mie parole è perché non riesco a mettercelo. Questo succede per un semplice motivo, ovvero l’albo è di plastica. Premetto che non ho nulla contro la plastica (ho delle splendide posate a casa fatte di questo materiale perché il metallo è un po’ troppo di lusso) ma risalta comunque quell’odore tipico – metaforicamente parlando, eh! – che hanno le cose nate, come dire?, più dalla testa che dal cuore.
La sensazione che mi ha dato è quello di leggere qualcosa che è stato forzatamente voluto per vendere. Un esercizio di stile, di cui Labby (noi amicichenonloconosciamo lo chiamiamo così quando scherziamo) è super in grado di fare. Pagina dopo pagina trovi un elemento che ti fa pensare in un angolino della materia grigia “figo questo”. Ma quello che lascia alla fine è… poco. Cerco di spiegarmi con altre parole.

Pensate alla differenza tra due opere – un fumetto, come un libro, un quadro o un ricordo ombelicale, non importa – di cui: una nata da “Mi è venuta in mente un’idea!” e l’altra da “Riesci a creare qualcosa entro marzo?”. Parliamo della differenza tra arte e intrattenimento. MFdL è un fantastico prodotto di quest’ultima categoria che restituisce una visione del mondo non così pazzesca, ma nemmeno che faccia pensare alla banalità, sensibilmente artefatta. È quella azione di marketing per mandare avanti il lavoro di diverse persone, Labby compreso, e far girare l’economia del mondo.

Ma sia chiaro che questa è per me una puntualizzazione e non una critica. Io lo farei se me lo chiedessero! La gente dovrà pur sopravvivere. E se Labadessa è stato scelto è perché ovviamente è in grado di farlo. Un plauso (come dice Giovanni) a questo ragazzo che sa il fatto suo.

Quindi: cosa fare di questo fumetto?

Fatevelo regalare

Showman killer e il mistero della fretta per la cena.

Jodorowsky. Chi non conosce Jodorowsky? Se non conosci Jodorowsky non sei nessuno!
Infatti io, fino a qualche mese fa, ero nessuno, mappoi è arrivata Dee (hai presente la tipa con la testa di delfino che fa ballare la gente ai nostri eventi? Se non la conosci sono già due le persone per cui non sei nessuno!).
Jodorowsky è il tipo di persona che vorrei essere da grande. Regista, sceneggiatore, poeta, scrittore (credo?). Beh, insomma, uno di quei signori che fanno un sacco di cose fighissime per cui lo categorizzi come artista a tutto tondo e che puoi conoscere andando a leggerti la pagina di Wikipedia di cui io sono troppo pigro per andare a vedere.
Fattèvvero che non si può essere delle bombe in così tanti campi e – a differenza degli svarioni cinematografici che vi consiglio di vedere – nella sceneggiatura del fumetto ha, a mio avviso, dei cali.
È il caso di Showman Killer.

È chiaro che io, in quanto scrittore, vado ad analizzare la parte narrativa principalmente, che è quella che la gente di poca competenza grafica va a vedere per poi poter dire alla fine che, insomma, Advengers: Infinity War è un bel film…

Dalla copertina intrigante, la didascalia suggestiva (testualmente: “Non ha sentimenti, non sente dolore, non ha padroni”) e un prezzo che dopo averlo speso ti fa sentire più leggero di parecchi anni (perché se spendo trentanove euro mi immagino che almeno a metà della grandezza di Watchman ci arrivi), ti aspetti grandi cose che… meh. Non arrivano.

Il caro Jodo ha un animo da poeta che trapela dalle pagine e una fantasia particolare non da poco, ma non è molto bravo a utilizzarla. Infatti ci da come protagonista uno spietato Showman, chiamato così proprio per il fatto che può trasformarsi in qualunque cosa e spettacolarizzando la morte; il ché lo rende un killer inarrestabile. Ma questo fattore – quello della trasformazione – non è tanto rilevante per la storia. Tutte le morti che causa le poteva fare anche in altri modi.
Quindi, solo un’idea accattivante? Non bastava il contesto e un personaggio a cui vengono letteralmente tolte le emozioni per rendere il tutto succoso? Bah, forse sì. Chi cazzo sono io per giudicare?

I problemi seri, a rendere la lettura pesante, sono per me tre e vado a elencarli per renderli a prova di tamarro e, oh!, ho visto tutti i film della Marvel, quindi sono un nerd e sono figo:

  1. Frasi didascaliche che, minchia, se stai affettando un mostro lo capisco senza che tu debba urlare: “STO AFFETTANDO UN MOSTRO!”.
  2. Un finale affrettato senza climax che mi pare di vederlo nella sua cameretta mentre scrive e a un certo punto dica: “Bom, facciamo che sconfigge la cattiva e vissero tutti felici e contenti, che qui è pronto da mangiare e c’ho fame”.
  3. Forse la cosa che mi ha lasciato più a male. Un personaggio a modo suo conturbante, presentandosi come uno stronzo freddo tipo calippo alla cocacola, diventa via via un vero idiota. Ma non sto scherzando. Un vero idiota!
    Idiota mentalmente e idiota come personaggio. Cominciano delle battutine così sceme che non potevo non citofonargli a casa per chiedergli se lo avesse fatto apposta – perché il dubbio a una certa viene – o se gli è partita la simpatia d’emblée. E l’avrei fatto se non fosse che sua mamma non lo faceva uscire finché non avesse finito i broccoli.

Andiamo velocemente a concludere dicendo che ha anche i suoi lati positivi. Come sopracitato, ha una sua originalità, una magia, che riesce a ricreare solo lui.
Ma belin, trentanove euro, Jodo! TRENTANOVE EURO!
Se vi capita, fatevelo imprestare. Altrimenti tornata a leggere i vari Incal・

Il porto proibito e l’immergersi nel pigliapapero

Forse ho fatto un errore.
Aspettare troppo prima di scrivere questa “recensione” dopo aver letto questo simpatico manuale marinaresco. Sento di aver perso parte della magia del momento. Ma andiamo con ordine…

Il porto proibito, signore e signori. Non vi sto a dire – come al solito – cose che potreste trovare su Wikipedia, ma cercare di portarvi a leggere quello che è un fumetto bellissimo (anzi, guarda, ne metto cinque di l. Belllllissimo).
Nonostante l’inizio faccia un po’ alle Le cinque leggende (hai presente, il cartone d’animazione con Babbo Natale russo) la fascinosa storia del ragazzo ritrovato a riva senza memoria è accattivante e misteriosa. Ma per essere sincero, non è la storia il motivo per cui siamo qui. Anzi… forse la storia…
Non mi state seguendo?
Ok, allora cercando di non rivelarvi troppo, la mettiamo così:
A un certo punto della vicenda c’è un twist che mette un pizzico di fantasia a quella che per una buona parte del fumetto è stata realisticaTwist che mi ha lasciato un vaghissimo sentore di quello che fu Lost in Tv (ovvero che dopo aver puntato tanto in alto col mistero che poi non puoi più giustificarla normalmente e allora ti inventi il fatto che sia una specie di limbo senza, sostanzialmente, dire un cazzo! Che poi si può dire il finale di Lost, vero? Oramai è come dire che Dart Vader è il padre di Zorro).

Quindi cos’è che rende questi fogli brossurati un capolavoro?
Sicuramente i disegni fatti a matita che donano una semplicità, ma al contempo un forte impatto visivo che a me piace come ballare nudo sulla sabbia al tramonto (non so se ho reso l’idea), un po’ precisi un po’ sporchi che delineano espressioni di tratto disneyani (Hai detto Disney?! -Cit. Citazioni poi che capiamo io e tre stronzi che c’erano all’alba di Sta*mina, ma comunque in questo caso è sensato perché gli autori hanno lavorato per la Disney sul serio).

L’altra cosa per cui spendere i propri risparmi di una vita (perché costa ovviamente tutto sempre troppo) è il come questa storia viene raccontata. E qui io francamente non so che dire. Come restituirvelo? Un’emozione più simile a un torpore mi ha accompagnato per tutta la lettura. Sentivo i gabbiani, l’odore della salsedine, il dondolio delle navi.
Verrebbe da dire, abiti a Genova, coglione!, ma vi giuro che non è solo questo. Un’immersione facile e spontanea aggancia chi comincia a leggere queste pagine e questo grazie anche all’impressionante cultura marinaresca che è presente.
Certo, potevano anche scrivermi “Issate le vele! Cassa la randa! Pulmate il timone! Scossate lo scaccabarozzi! Maritate il pigliapapero. Eeeeeee!” che io l’avrei dato comunque per buono, ma il risultato l’hanno ottenuto.
Immersione, ragazzuoli. Questa è la parola d’ordine per un buon fumetto e Il porto proibitoc’è riuscito (che fa anche rima, pappappero).

Io ve lo consiglio perché se una cosa emoziona, bene o male, tanto o poco, vale la pensa di leggerla.
Perché dopo sarai un po’ cambiato

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