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Più che Demo, Beta

Di Gimmi

Ora davvero vorrei che uno che abbia letto Demo della Edizioni BD, esca dalla sua nicchia, indossi una faccia tosta e mi scriva perché questo fumetto è bello.

Mi rendo conto di iniziare in modo diversamente-simpatico questo articolo. E vorrei scrivere solo di cose che mi sono piaciute a pacchi. Ma mi rendo conto che non sia possibile, e non mi va di parlare male di qualcosa solo per parlarne male.
Quindi cerco ferocemente il confronto (che preferirei non fosse altrettanto feroce), perché nemmeno nella mia panetteria di fiducia mi hanno risposto che non l’hanno letto.
Ma io – nel mio cuoricino emaciato – sento che c’è qualcosa che mi sfugge. Non riesco a cogliere qualche particolare che mi faccia vedere in un’ altra prospettiva la situa. Quindi, nella speranza tu possa smentire tutto quello che sto per scrivere, mi appropinquo a gettare brutte parole e cattivi concetti su queste pagine.

Attraverso diciotto bellissime storie autoconclusive su ragazze e ragazzi con poteri speciali, DEMO racconta le vite ai margini e snodi cruciali per la scoperta di se stessi, in un mondo in cui l’essere diversi genera paura.

Quello che vedete qui sopra è la citazione di ciò che la Edizione BD ha inserito sul retro copertina e noi adesso andremo ad analizzare quelle che io reputo un po’ delle bugie bricconcellose. (E poi volevo mettere una citazione in WordPress, che non l’ho mai fatto).

NOTA: “E cosa doveva mettere nel retro, che fa cagare?!” potresti dire. È vero, è vero. Ma permettimi di sentirmi un po’ preso per il culo.

Attraverso diciotto bellissime storie autoconclusive, e già qui si cominciano le menzogne, non tanto sulla bellezza di tali, che vabbè, pure il superlativo!, ma quanto per la parola “autoconclusive”. Difficile spiegare su due piedi cosa sia la conclusione di una storia. Un po’ è semplicemente il fatto che la senti finita, un po’ – invece – è che non ci sia più altro da raccontare in quella vicenda (caso a parte sono i finali aperti alla Inception, che sono volutamente stronzi). Quindi io mi aspetto che qualcosa venga concluso, e invece no!
NO!
Invece no!
Lo ripeto, no!
Ci sono storie di cui i suddetti “poteri speciali” (di cui trattiamo tra un momento perché anche qui ce n’è da dire), si scoprono alla fine e ti affiora dalle labbra un: “e allora?”. Per farvi capire è come se voi guardaste un cortometraggio e vedeste che un simpatico stregone vestito di grigio andasse in un simpatico villaggietto di ometti dai simpatici piedoni pelosoni e (hai visto Il signore degli anelli, vero? Cioè, sto parlando di questo, penso si capisca) e lo stregone va da uno e ci fa “Guarda qua, bro, Questo è un anello creato da un tiranno e ora andiamo a buttarlo in un vulcano” – “Ok”. Fine.
Ma non vi girerebbero le ghiandole riproduttrici?

Ora forse qualcuno dirà che a Gimmi non piacciono questo genere di cose ma che al mondo ne esistono. Infatti poco fa Netflix ha fatto uscire una serie chiamata Love, Death + Robots che… esatto!
Esatto!
Se l’hai vista l’hai già capito.
Io litigo con il mio amico Febo (che saluto) perché a lui non è piaciuta e a me si! Alcune di più e alcune di meno, ovviamente. Non si possono definire racconti brevi (a eccezione di qualcuna) perché non hanno un vero e proprio sviluppo narrativo, ma più un incipit di storia. Ma va bene! Perché sono ideate per essere tali. Ma in Demo succede più tipo, che boh. Ti porto fino a dove potrebbe cominciare una figata e poi ti lascio lì, a guardare quello che non puoi avere.

Andiamo avanti.
Con poteri speciali. Allora, diciamo che il binomio poteri speciali e adolescenza sia un’abbinamento grandioso (a chi non piace Spiderman?) – tralasciando il fatto che alcuni dei protagonisti non sono proprio quei teen di primo pelo guardandoli in faccia, ma vebbé -, vediamoli un po’ insieme quali sono questi poteri: prevedere il futuro, ok. Super forza, va bene. Immortalità, siii. Cannibalismo, eh? Maniacalità, ma che..? Ossessivo compulsivo, stiamo parlando della stessa cosa?
Alcuni non li trovo super poteri (ma forse sono troppo stupido o esigente io. Forse dovrebbero essere viste come cose più ampie. Come caratteristiche. Forse – e dico forse – non dovrei andare a cercare il pelo nell’uovo. Sorvolare su ciò, l’importante è che siano raccontate bene…

Ma qui c’è l’altra cosa che mi scazza un po’.
Spiderman è un raga… come? L’ho già citato e poi pare che abbia un cultura pop scarsa e la gente mi urlerebbe che non dovrei scrivere e sono una piccola merda attaccata alla suola dello stivale che a qualcuno piace chiamare “casa nostra”? Ok, cerchiamo di salvare le apparenze. Da capo.

Ma qui c’è l’altra cosa che mi scazza un po’.
Sapete quali sono gli episodi più belli (per me) di quel déjà vu gigante che è Dragonball Z? I cinque episodi in cui si parla di Gohan che fa il super eroe. Perché si trova a fare i conti con la sua vita privata e da eroe che si accavallano (*Coff* Spiderman *coff coff*) ed emergono i problemi. Fantastico!
Qualcosa che ti rende migliore di altri diventa il tuo problema. Non dico che in tutte queste diciotto storie non ci sia un elemento del genere. Non dico nemmeno che debba essere sempre così marcato. Ma se io sono un soldato dalla mira che Deadshot mi fa un grilletto, e sono in guerra, e non voglio uccidere nessuno, e voglio andare a casa da mia figlia neonata anche se questo mi farà odiare dalla madre perché non porto la pagnotta e di tutta questa storia la mia mira non è risultata incisiva per nulla, allora forse forse ho l’ideuzza che quel super potere sia stato un poco incastrato a forza.
Che poi questo racconto (che ho lievemente spoilerato) è quello che mi ha preso di più. Con un tema interessante e emotivo a stecca.
Ma perché la super mira?!

Quindi, non so. Non mi ha convinto moltissimo.
E secondo me, tolte tutte queste osservazioni, perché poi alla fine può essere bello anche di per sé, che magari dici, non fossero state messe in questa cornice super eroistica alcune cose non me ne sarei accorto. Ok.
Ma la cosa che proprio mi porta a dire Meh! e a mio avviso è una pecca pesante è raccontare parte di quelle storie. Sembra una cattiveria, ma intendo che viene raccontata la storia in sé (la parte interessante, diciamo) . Per essere più preciso in alcune storie o è tutto un flashback del personaggio di turno o semplicemente è lo stesso personaggio che racconta e ti dice “tutto è cominciato quando stavo defecando nel bagno di una centrale nucleare” (per fare un esempio inesatto).
Esiste una regola nella narrativa che fa “Show don’t tell” che per i pochi di voi che non sanno il polacco, vuol dire: mostra, non dire (spiegare). E cacchio se è detto (spiegato). Un sacco di dialoghi. Ma fatemi vedere cosa comporta il super potere che incontra il… il…
Arrrrrg!

Facciamo un respiro.

In tutto questo non ho scritto chi sono gli autori, ma tanto sono stranieri, per questo posso parlarne male. Quindi tralasciamo, e andiamo alle conclusioni.
Alcune delle diciotto storie sono interessanti, alcune anche belle. Ma nel complesso l’ho trovato narrativamente ripetitivo ed è un peccato perché in sé il progetto è interessante.
Quindi, che devo dirvi?
Fatevelo regalare・

Sudario Brando e i mille e un Fgius!

Di Gimmi

Parlare di Fgius! è apparentemente semplice. Ti emulo quello che capita quando lo prendi in mano:

“Beh, si ecco. Questo è un albo, credo, con… con delle storie che parlano di… Cioè, si potrebbe definire una raccolta di racconti. Anche se… ecco… Ci sono delle…”
“Lo stai tenendo al contrario”
“Ah…”

Quindi partiamo con il dire che cosa non è:
Non è qualcosa di già visto (anche se si può credere del contrario); non è una raccolta di racconti, perché banalmente un racconto ha una struttura narrativa, per quanto breve. Sono più spunti di genialità (ma a quest punto ci arriviamo); non è brutto, anche se qualcuno potrebbe dire che questa affermazione sia opinabile (e anche a questo ci arriviamo dopo, dato che è lo stesso punto di prima).

Se dovessi dare una definizione di cosa è – invece – direi che è una rivista, pensata e disegnata dal signor Sudario Brando, con del materiale geniale all’interno, che ha qualcosa di vecchio (per la questione rivista, anni ’80, cose già viste), ma con un contenuto moderno. Contenuto moderno geniale.

Ok, ok. Evidente che io sia di parte e che a me sia piaciuto.
Il punto è (il punto di cui dicevo prima che ci saremmo arrivati, ed eccoci qui) che all’interno c’è del nonsense, che però a senso. Ha una sua dimensione. Una sua logica nell’essere illogico. Dicevo prima – appunto – che per alcuni una cosa del genere è opinabile perché, giustamente, può non piacere a tutti. Ma secondo me questa affermazione che ribatte la mia di affermazione è altrettanto opinabile (opinabile è la parola del giorno).
Perché? Presto detto.

Se noi immaginassimo il nostro orizzonte (barra) cultura, come una stanza – o meglio! – una membrana, ricoperta di placenta materna di una saggezza dei secoli, noi vivremmo all’interno di questo spazio stretto. E per viverci, pensare e – perché no? – creare all’interno dobbiamo farci spazio. Spingere queste pareti mollicce e allargarle. E allora ti guardi intorno e vedi il lavoro che hai fatto soddisfatto e alla domanda, cosa ascolti?, rispondi fiero: vado in disco fino a spaccarmi le gambe ballando a ritmo di tunz tunz, ma la mattina dopo smaltisco l’hangover ascoltando Jaco Pastorius.
Avere un’apertura simile da non aver pregiudizi, accogliere quello che viene e farlo proprio anche se indirettamente. Banalmente (forse) la cultura serve (anche) a questo: a non aver pregiudizi.

Mi stai seguendo o ti ho perso a tunz tunz?
Per farla semplice leggere qualcosa di – finalmente! – nuovo, per quanto esca dagli schemi narrativi, che ti presenti una nuova struttura di intrattenimento, aiuta a fare quello sopracitato. E se posso, qualcosa che fa questo io lo considero, in oltre, arte.

Cazzosì, l’ho detto!
Arte, porcopanettiere (che porcaputtana è maschilista), senza stare a pensare troppo a spaccarci testicoli e ovaie sul concetto di arte. Qualcosa che banalmente va un po’ più in là. Che prova, sperimenta, azzarda e lo fa in modo unico.

Non basta?
E se aggiungessi che, ogni singola copia venduta, il signor Sudario l’ha personalizzata? Cioè, vedi la copertina di questo articolo? Una testa rossa su sfondo bianco, giusto? Ecco, per ognuna (a meno che qualcuno non l’abbia voluta bianca, cosa che penso sia successa) di quelle copie l’ha personalizzata disegnando un volto di un personaggio richiesto dall’acquirente. E lui si è messo lì, per ciascuno, a disegnare e colorare il faccino rendendo ogni copia unica dal punto di vista della copertina!
Mapporcaputt… nettiere. Non è la dedichina da un minuto e trenta, per quanto bella e originale possa essere, che fanno i disegnatori sotto i colpi di frusta dei fan, ma una performance su copertina.
Non ti sballa a dismisura questa cosa?

Comunque, facendo il punto.
Fgius! è qualcosa di nuovo, bello, geniale (anche geniale è la parola del giorno) e che chiunque dovrebbe leggere per dare un po’ di spazio a quel buco di culo che chiama cultura. Quello che c’è dentro non ve lo nomino nemmeno, perché riassumerlo sarebbe come spiegare un sogno. Non saprei da dove iniziare.

Quindi. Smetti di fare affermazioni opinabili (era un po’ che non lo scrivevo) e vai subito ad acquistarne uno.
Che la vita è troppo breve per non aver letto Fgius!

Passere: tutto quello che c’è da sapere sugli uccelli (?)

Buongiornissimo!
Quello che faremo oggi è più una riflessione che una discussione, cara lettrice o caro lettore (e qui fare una distinzione di dotazione organica è importante), e per far ciò utilizziamo il fumetto auto-prodotto di Franziska: Il PrincipeNE azzurro & la PrincipasseRA.

Parliamo di una lettura femminile?
Se non dovessi pensarci direi di sì, e se dovessi dare una motivazione direi che parlare di problemi sentimentali amorosi stabilisce automaticamente una netta distinzione. Poi ripenso a quanto il maschilismo mi coli sulle spalle con questa affermazione e non saprei più che dire. Dunque, leggendo questo fumetto dal titolo birichino mi viene automatica una seconda domanda:

Che cosa determina se una lettura sia femminile o maschile?
Da quello che ho imparato non è tanto quanto riguarda la tematica, ma il suo sviluppo. Mi hanno insegnato che (a grandi linee) i maschietti tendono a mostrare ciò che è azione e pratica, mentre le nostre sinuose e affascinanti nemesi prediligono la relazione (e per questo il grave errore sulla tematica).

Sottolineando più e più volte, fino a strappare il foglio, che io non sia proprio certo di quello che sto scrivendo – e che se tu volessi commentare potrebbe diventare davvero una piacevole discussione sull’argomento – proviamo ad andare a fondo nell’anima del fumetto.

Cosa mi hanno ricordato le disavventure amorose della protagonista Turchese?
Una vocina nella testa mi minaccia, con un coltello sulla giugulare di una sinapsi, di non menzionarlo ma lo farò comunque: mi ricorda il nostro caro e conosciuto e stimato e waw-il-mio-fumettista-preferito e basta , Zerocalcare! (Fuochi d’artificio pum rupum trattapapam)
Mi spiego subito. Cosa fa la rock star dei fumetti? Non traccia una storia con inizio, svolgimento e fine, ma ti parla della sua vita, problemi e timori annessi (praticamente solo questo). Ed è strano perché è un uomo! urla il piccolo maschilista che è in me. Non porta avanti una vera e propria narrazione – e quando ci prova non viene molto considerato (vedi Dodici) -, ma tutti turbamenti interni e dintorni.
E siamo tutti d’accordo nel dire che parte del suo successo sia dovuto al fatto di far ridere (ho una personale teoria che dice: la comicità aiuta a farti conoscere su larga scala, la profondità (e tristezza) invece di aiuta a fidelizzare il pubblico. Calcare fa entrambe le cose e BAM!).

Ma torniamo a noi.
Torniamo al momento in cui al Cartoomics di Milano ero in piedi allo stand di una ragazza con i capelli turchese che mi dedicava la mia copia e una parte di me diceva che è bello esplorare il mondo della auto-produzioni e scoprire tutto quello che c’è in piazza. L’altra osservava che cazzo, un libro su donne che parlano di cazzo, cazzo! (La mia parte maschilista è fallocentrica).
Insomma, ammetto che mi sarei aspettato di annoiarmi dietro i deliri di una ragazza e le sue problematiche. Di trovarmi di fronte a qualcosa che non portasse a nulla. E per certi versi è così. Le vicissitudini della protagonista non hanno un senso narrativo, ma solo un filo conduttore del Principene, che si palesa nella mente della protagonista, formato dalla insoddisfazione (sentimentale… forse). O almeno questo vale nel primo volume.

E allora?
Che si fa? Non proviamo nemmeno a leggerlo? No, dai. Diamole una possibilità. E allora ho letto una pagina. E poi quella dopo. E poi quella dopo. E quella dopo ancora. E ogni fallimento amoroso – o sessuale – che Turchese (la protagonista) incontra io mi rispecchio. Ma non in lei (non lo dite a mia madre, ma ho il pene), ma nei deludenti ragazzotti! E paranoico come sono mi chiedo, ma io potrei fare una cosa del genere? Ma avrà mai pensato questo una ragazza di me? Ecco, allora persone che non la pensano così esistono!
Dei trip personali che mi hanno avvicinato, anche se da un lato diverso da quello che dovrebbe, al personaggio. Questo mi ha portato a voler sapere qualcosa di più su questa ragazza romana – che avrei paura ora di incontrare – e so che potrei farlo leggendo il seguito. E so che lo farò.

E quindi: dovremmo noi maschietti leggere queste cose?
Secondo me la risposta più normale e sensata è che leggere tutto non può far male, ma al contrario arricchire

Un armadillo è per sempre

Che cosa siamo, se non un coacervo di difetti e insicurezze mitigati da qualche flebile momento felice?

Serenamente m’appresto così a parlarvi di quello che mi ha fatto ridere da star male e piangere raccontando, raccontandosi, raccontandomi. Ragazzi, oggi parliamo di Zerocalcare. Aprite il libro a pagina 106.

Nello specifico, vorrei parlare de La profezia dell’armadillo. E vorrei farlo perché nelle sue disavventure posso cercare ogni momento della mia vita e trovarlo lì, che mi guarda, che mi ricorda di quando non ho messo a posto la mia camera per troppo tempo e mia mamma urlava, e questo nello spettro dei ricordi è comunque un ricordo felice perché si era piccoli e c’era qualcuno che ti sgridava e poi voleva fare pace e questo è bellissimo.

In sostanza, attraversando tutta la vita di Zero, si vede quante volte è facile e inevitabile la distruzione di tutte le nostre aspettative, sia che si rivolgano all’amore, che al lavoro, che al semplice rapporto umano con i vicini di casa, o con una pianta.
O – perché no? – con il frigorifero. Perché lo sappiamo tutti che ci sarà il momento in cui decideremo di comprare una melanzana in più rispetto alle previsioni e la melanzana morirà, per la nostra presunzione e per la nostra incapacità di organizzare pranzi e cene in maniera dignitosa ed economica.

E poi mi ricorda di quando c’era il baretto. I videogiochi. Street Fighter e una roba coi fucili. Dovevo ammazzare degli zombie e ogni volta rischiavo l’infarto. Però ci giocavamo tutti e tutte, perché dovevamo farci vedere. I giri sui cinquantini, l’estate infinita, gli innamoramenti falliti, i due di picche costanti perché – ragazzi diciamocelo chiaramente – non che ora io sia un bijoux, ma a quattordici anni ero veramente un cesso. Gli autoscontri. Il rischio di finire in ortopedia ogni sera, ripetutamente.

A un certo punto vediamo il nostro eroe rapportarsi con la morte. Muore una sua vecchia amica, e lui non riesce a far altro che metter su un sorriso isterico e teso e comunicarlo a un amico. E fa male, dopo le risate, dopo che ti fermi a pensare a quando hai avuto TU la stessa incombenza. Perché succede, la morte capita, non si annuncia e ti manda un segnale strano al cervello per il quale risulti freddo e lucido ma dentro ribolli di rabbia e vorresti urlare. A volte la morte ha il suono di un suicidio e a volte il suono di un proiettile e di una camionetta. Zero ci dice che dopo la tragedia viene la rabbia, e poi il ricordo e noi sappiamo bene che è così.

Così come ti senti dopo aver fallito in un progetto, dopo essersi sbattuti terribilmente e non esserci riusciti. A volte solo perché hai preferito procrastinare e farti biasimare. Dopo che hai fatto morire una pianta. Dopo un discorso esistenziale alle tre di notte, quando hai sedici anni e pensi di essere speciale ed eterno, ma tutto fa paura e sembra insormontabile. Dopo che una persona ha preferito qualcun’altro a te. Dopo che hai spiegato a tua madre come far funzionare il computer, ma lei non ha mai capito. Il vuoto e il silenzio in un discorso di circostanza con un vecchio amico. Il terrore di crescere. Il lavoro, la famiglia, i figli.

Potrei descrivere 100.000 episodi nei quali mi ritrovo, ma spero che anche voi abbiate TUTTI letto questo piccolo lavoro maestrale e che mi capiate senza ch’io debba spiegarmi.

Diciamo che, a quasi trent’anni, leggere questo volume mi porta in un limbo fatto di consapevolezza, su chi sono e cosa vorrei cambiare, sulle delusioni ricevute e le soddisfazioni malcelate, sulle debolezze che affiorano con prepotenza per il semplice fatto d’essere un frutto degli anni ‘80, e aver visto cambiare così tante cose che sembra quasi d’esser partita da un altro mondo per poi atterrare qua, su un terreno fatto di mirabilie tecnologiche.

Sinceramente, trovo che sia uno degli autori più brillanti di questa generazione di fenomeni e che, prendendo in considerazione la diversità di contesto, le diverse esperienze e mille altri ovvi fattori che eviteranno lo scatenarsi di una polemica sterile dinnanzi a questa mia affermazione, ci si trovi davanti a un artista che, a livello narrativo, viaggia sullo stesso livello di Pazienza.

E con questo, prosit, e andiamo a mostrare le nostre debolezze al mondo・

Black knot e i giochi di parole

In quel di Lucca 2018, gli amici della Noise Press hanno presentato un nuovo prodotto noir chiamato Black knot, che ci aveva colpito già dalle prime tavole.

Black knot è un albo che nasce da un soggetto di David Ferracci, con sceneggiatura di Giovanni Fubi Guida. Ferracci però non ha solo pensato l’albo, ma si è anche occupato dei disegni, e ha sviluppato il progetto grafico assieme ad Alessandra Delfino. L’albo in se è supervisionato da Luca Frigerio, e letterato da Marco della Verde.
E sì, è sempre importante citare tutti quando si parla di un fumetto. Anche per dire grazie a chi si sbatte per farci leggere qualcosa che non siano fogli da stampante pinzate male (che poi il giornalino scolastico del mio liceo era un’insieme di fogli da stampante pinzati male, ma era bellissimo. Tranne la pagina sui fumetti che la scriveva un ciccione con gli occhiali che trovo insopportabile, chissà che fine ha fatto…
Ehi, aspetta un attimo…)

Black knot, è la storia di Desh Westwood, un detective in una non meglio specificata città americana, in un 1952 parallelo. Sta indagando su una misteriosa serie di omicidi, e lo fa usando un’abilità tutta particolare, che lo rende diverso da un normale poliziotto.
Chi si nasconde dietro il nome di killer del nodo nero? E siamo sicuri che sia la risoluzione del mistero il vero centro dell’albo?
In principio, la premessa di Black knot, non mi aveva colpito particolarmente. Sarò forse figlio di un epoca dove la narrativa poliziesca dove un detective ha qualcosa che lo rende particolare – che nel caso di Deash è un potere sovrannaturale, peraltro già visto in opere simili – mi ha un po’ stufato. Ma, continuando la lettura, devo dire che la progressione della storia, mi ha fatto cambiare idea.

Certo, sarebbe disonesto dire che si tratta di una premessa derivativa, ma come è ormai consuetudine, le idee vengono sempre replicate e reimbottigliate, e quello che le rende di nuovo uniche, è la forma.

Black knot, è un albo distinto.
Distinto perché gioca benissimo con la sua scala di grigi, con una progressione che va avanti con la storia, inserendo a volte delle macchie di bianco che confondo e abbagliano, come confondono e abbagliano anche il suo protagonista. Sono d’accordo che non si giudichi un libro dalla copertina, ma in questo caso, un semplice effetto laminato ci dà un’idea precisa di quello che andremo a vedere, risultando il perfetto biglietto da visita dell’opera.
Distinto perché, sebbene Black knot sia un misto fra noir, horror e poliziesco, riesce comunque a uscire con la sua personalità, e una sorta di dicotomia pessimista/ottimista di fondo, dove il mondo dove vivono i nostri protagonisti è avvolto da un grigiore perenne, ma quello che c’è dopo il mondo, è in realtà investito di luce.
Distinto, perché anche la personalità, lo stile dei suoi autori, esce da ogni pagina, e prende vita in un prodotto che non potrebbe essere venuto in altro modo, tanto riesce a essere interconnesso, a livello di trama, e di disegno.

Il tratto di Ferracci, è molto particolare, spiccatamente europeo, e riesce a dare il suo meglio specialmente nell’espressività dei personaggi, nel dare corpo e carattere al cast, riuscendo a bilanciare momenti più sereni, a tinte forti, e disturbanti.
La sceneggiatura di Fubi scorre veloce, con dialoghi molto asciutti, ma comunque sul pezzo, e un’ottima progressione fra una vignetta e l’altra, che si incastrano, annodandosi l’un l’altra, e finendo poi per dare vita a una solida legatura. Buffo. Come fosse un nodo, in scala di nero.

Va detto però, che Black knot è anche un fumetto d’istinto – spero mi perdonerete il gioco di parole di seconda lega – ma me lo tengo in testa dal paragrafo due. D’istinto, perché, la scorrevolezza è la sua grande debolezza. Fra i suoi segnali di stile e i suoi salti carpiati nella bicromia, si perde un po’ la progressione della trama, che risulta in alcuni casi troppo, troppo, affrettata. C’è molta carne al fuoco, in questo primo volume, è vero. Ma è vero che molta resta al sangue. I comprimari dell’albo sono spesso abbozzati, e riescono a rubare al nostro protagonista due/tre vignette, per poi sparire di nuovo nel vento, perché la trama principale ha la precedenza… ma nel vento è ormai sparita anche lei.
Spesso ho pensato di aver saltato qualche pagina, pensando di essermi perso qualche dettaglio, ma la verità è che il dettaglio, semplicemente non c’era.

Io sono assolutamente pro a un fumetto non sempre lineare, che lasci molto all’immaginazione del lettore. Un fumetto che faccia sì che lo spazio fra una vignetta e l’altra sia il suo spazio – spazio bianco dove deve essere lui a riempire – e passare giornate a pensare cosa volesse dire l’autore con questo o con quel dialogo.
Black knot, a volte lascia un po’ troppo all’immaginazione, e se avesse corso con meno foga verso la fine – forse – avrebbe avuto un po’ più di corpo.

Valutandolo però nel suo complesso mi sento di consigliare questo albo. Principalmente per un motivo: qualsiasi fumetto che leggerete nella vostra vita, ha qualcosa del suo autore all’interno. Shockante, me ne rendo conto, son quasi certo di essere il primo a dirlo nella storia.
Comunque, capita spesso, con un progetto autoriale, che il team creativo o butti troppo se stesso nella sua storia, dando vita a un qualcosa di esagerato e spocchioso, o che non si butti abbastanza e che prenda vita un qualcosa di incolore.

Ecco, Black knot riesce, nel fare tutto quello che i fumetti autoriali belli, riescono a fare: raggiungere la metà. Quella metà dove si vede che abbiamo davanti un progetto nato per passione, ma si vede anche un lavoro ben costruito e ben studiato.
Una sorta di bicromia a fumetti, come la bicromia del fumetto, creando così un parallelismo, che se fossi un critico serio potreste pensare che io avessi ideato subito per finire la recensione col botto, e invece questo paragrafo lo sto scrivendo a braccio, e la cosa che avevo pensato era “Distinto” “D’istinto”. Che volete che vi dica, sono un po’ strano.
Ma tornando a Black knot, il nodo nero, regge la corda del buon fumetto. Con qualche attenzione in più, e un po’ più di calma, il lavoro ha anche le potenzialità per diventare qualcosa di più.
E francamente, io, a un albo a fumetti, non so cosa chiedere di più・

Il cimitero degli amori perduti

McGuffin Comics, è un’etichetta di fumetto indipendente nata in Lombardia. I membri della collettivo, sostengono che la loro realtà editoriale, sia stata inventata come una scusa per fare fumetto, anche perché “McGuffin” è il nome che ha in gergo cinematografico un oggetto a caso, che spinge la trama ad andare avanti. Insomma, una scusa in sé e per sé. Che poi, tanto scusa non è.
Forse è più un bisogno, ma magari sono io.

Con alle spalle già un volume antologico, In Mass Media Res, prima prova nel mondo dell’auto-produzione, la McGuffin ci riprova, con un nuovo exploit, di sessantaquattro pagine, brossurato e in bianco e nero, al prezzo di 5 euro: Il cimitero degli amori perduti. Come suo “fratello maggiore” , anche questo volume ha una storia che fa da cornice, ma questa volta la cornice, è molto ma molto più succulenta, quasi più delle storie principali dell’albo.

Un plotone di creatori che si approccia al mondo McGuffin per la prima volta. E, paradossalmente, pur essendo un secondo volume, sembra un nuovo esordio per questo collettivo. Come mai?

Beh, perché il feeling che dà il fumetto, è un qualcosa di completamente diverso, fin dalle prime pagine, dove vediamo Orfeo, il nostro protagonista, in coma. O forse, sta solo sognando. Sognando di una storia d’amore, che ormai è solo un ricordo, ma non troppo lontano. Storia che ha un narratore (e che è scritta da Ferri e Boglioni), ma anche numerosi comprimari.

Questo perché nel cimitero degli amori perduti, dove il sentimento la cui mancanza non compensa il saper muover montagne va a morire, non ci sono solo lapidi di vecchie relazioni, ma anche alcuni personaggi storici, che hanno scritto o detto due o tre cose sull’amore.

E mentre Orfeo narra, e ci racconta la sua storia, non con qualche difficoltà, la McGuffin Comics apre uno spiraglio su alcune di queste storie, perdute.

Notte di Natale di Boglioni e Guarini, è la storia più lunga. Narra di una giovane donna, che si trova a dover vivere una vita difficile, alla ricerca di un amore che non le è mai stato dato, e divisa fra due relazioni, quella con un uomo e quella con la droga. Il numero di pagine maggiore, non riesce a dare a questa storia il mordente che vorrebbe avere.
L’apparato grafico, schietto e pulito, dà un’idea perfetta di un sogno andato a morire, ma purtroppo, la storia in sé, per quanto tratti di temi audaci e profondi, non riesce a trasmettere perfettamente il suo messaggio tragico. O almeno, ci riesce, ma in un modo estremamente telegrafato, con un finale prevedibile, che lascia perdere non solo l’amore come c’era stato promesso nel titolo, ma anche il ritmo della storia. L’inserimento di numerosi elementi di trama rende il tutto pesante, e non toccante, ed è un peccato, perché, se la storia fosse stata un pelo più corta, forse avrebbe colpito di più nel segno.

Viaggiatori di Ferri e Signorini è una delle storie che piacciono a me. Quelle col colpo di coda finale. E porca vacca se il colpo di coda finale è forte. Perché è semplice, senza fronzoli. Ma estremamente, estremamente, vicino a chiunque. Questo, è scrivere una storia. Non inventare nulla, ma mettere parte di noi in quello che scriviamo. Sarebbe facilmente la storia più bella dell’albo, se non fosse per la narrazione per didascalie, che risulta spesso e volentieri un pelo accondiscendente.
Signorini dimostra una grande padronanza del ritmo della tavola, e soprattutto delle transizioni da una scena all’altra, che, credetemi, non sono di sicuro qualcosa di semplice.

Freakdi Taboni ed Esposto, è la storia breve migliore dell’albo. Leggera e pesante, pesante e toccante, un ossimoro fatto storia, che peraltro è una storia di donne scritta e disegnata da donne. E mannaggia la miseria se questo mi manda in brodo di giuggiole. Ma, rappresentazione a parte, il team creativo è sul pezzo, ed è sul pezzo con una prepotenza rara. Una storia di due donne, dove una delle due è un qualcosa di completamente fuori dall’ordinario. Ma forse, se ci pensiamo un po’, non stiamo parlando di quella più bizzarra. Esposto ha un tratto morbidissimo, che si presta perfettamente con le figure umane, e non sfigurerebbe su qualsiasi testata nostrana. La ragazza ha talento, e si vede. Certo, la storia ha un numero di sfondi molto basso, ma se questi sono i problemi, io ci metto la firma.

E poi, come un fulmine a ciel sereno, anche la storia di Orfeo finisce. E finisce, in modo magistrale.

La cornice in sé è parecchio citazionistica, e in alcuni momenti più o meno riuscita, ma quasi tutto le si perdona, per quelle ultime tavole, che chiudono il cerchio, su quello che è, o non è, il cimitero degli amori perduti. Il colpo di scena più bello dell’anno, se chiedete a me. E credo lo stiate facendo visto che state leggendo questo articolo, e non uno di taglio e cucito. Che peraltro, sono anche belli, ma non sta lì il discorso.

Per fare un paragone musicale, Il cimitero degli amori perduti, è un fumetto prog-rock. Prog rock perché la vera forza dell’albo non sta tanto nelle sue storie, quanto nella loro progressione, nel viaggio parallelo di Orfeo, e dei protagonisti delle tre storie, storie sensibili, ed estremamente umane.

Se In Mass Media Res sembrava un urlo contro il mondo che ci schiaccia, la furia primigena che dà vita alle rivoluzioni, Il cimitero degli amori perduti, è la lotta inutile contro quella forza della natura chiamata amore. Quel concentrato di emozioni, che possiamo solo esorcizzare, gettandolo fuori da ogni poro del nostro corpo, sperando di evitare di esplodere.

Gli autori ci prendono per mano, e provano a fare il lavoro dello scrittore, e del disegnatore. Quello di raccontare una storia, che viene da dentro, ma di renderla apprezzabile anche da fuori. In questo caso, la profonda diversità fra una storia e l’altra è un pregio pazzesco, che si sposa perfettamente con il tema dell’albo, che risulta così non un’antologia, ma un qualcosa di più completo, e pulsante.
Come un cuore, anche spezzato.

A livello puramente qualitativo, purtroppo però il volume risulta un pelo altalenante. Se il finale convince, e convince alla stragrande, le sequenze di Orfeo alle presi con “i maestri dell’amore” sembrano più una strizzatina d’occhio che parte della trama, invece che spingere la storia in avanti, le danno una brusca fermata come a dire “Ehi, guarda, siamo sofisticati”. E il volume non ne ha bisogno. Più si prova a rendere un qualcosa profondo, e memorabile, e più si perde di vista quella buona scusa per fare fumetti. E cioè, scrivere, disegnare, raccontare. Se mi distraggo mentre leggo, le opzioni sono due. O mi ha interrotto qualcosa di importante, ma io scrivo di fumetti non sono certo un tipo impegnato, oppure la tua storia non mi ha preso al cento per cento.

Purtroppo, Il cimitero degli amori perduti, si prefigge di essere una lettura scorrevole, e collegata, ma, forse risulta più solida se vista come un qualcosa di separato. È bizzarro, è una completa contraddizione con quello che ho detto prima, ma il fumetto, non è una scienza. Non può esserlo. E a volte, anche le cose più strane, possono succedere in un fumetto. Anche che qualcosa sia un pregio E un difetto.

Da ammirare, oltre alla tecnica che comunque resta di buon livello, c’è il coraggio della McGuffin Comics di provare a lanciarsi in un genere di fumetto fra i più complessi di sempre.  Il cimitero degli amori perduti zoppica sotto alcuni aspetti, e in altri invece ti colpisce con un calcio delle gru diretto alla tempia. Ma, nel complesso, è un buon fumetto. Un fumetto, il cui ricordo resterà nel vostro cuore. Come quel bacio, gentile, dato vicino a quel ponte, con quella persona. I dettagli sfumano. La pesantezza della vita si accumula. Ma, la sensazione, resta. Sulle vostre labbra. Nella vostra mente.
E ci resterà a lungo・

Le donne di Enoch

Luca Enoch. Classe 1962. Uno dei – a mio modestissimo parere – più capaci fumettisti/illustratori italiani. Capace di creare piccole eroine contro mondi demoniaci, paladine dell’omosessualità, donne coraggiose in grado di vagare nello spazio tempo per salvare l’umanità. Capace, tra le altre cose, di rendere  plausibile l’esistenza di un mondo in cui i tendini tesi di pachidermi morti diventano corde di arpe megalitiche. Creatore di Sprayliz negli anni ’90, poi di Gea, poi di Dragonero, poi di Lilith
Grazie papà Bonelli per tutti questi mangiarini (cit.)

Qui ci starebbe un corale “mecojoni”. Personalmente l’ho scoperto a dieci anni, nel 1999. Circa diciott’anni dopo ho capito e apprezzato a pieno la sua idea di realtà distopica e le crisi esistenziali che riescono a creare i suoi fumetti nella tua testa di lettore.

Il primo numero di Gea ha soddisfatto la mia curiosità su quella che nella mia piccola e fantasiosa testolina vedevo come la mia vita “da grande”, o meglio, quella che sarebbe stata la vita dei miei sogni. Se un minimo conoscete questo complicatissimo fumetto mi direte: ma che cazzo di vita volevi avere?. Ma solo dopo aver detto: ma che cazzo di fumetti leggevi a dieci anni?
Semplicemente avevo una meravigliosa nonna che pur di vedermi contenta mi avrebbe comprato anche il Mein Kampf (non che io abbia mai voluto leggere cotanta mostruosità), e inoltre trovavo l’idea di condividere un loft situato in una zona industriale abbandonata e composto al 99,9% da cemento armato con un gatto sensitivo, qualche mostro e un amico/fidanzato batterista una figata pazzesca. Beata innocenza. Già da bambina disegnavo e scrivevo parecchio, e quei disegni dal tratto perfettamente contrastante con la brutalità delle storie illustrate, aldilà di tutte le turbe da prepubescente ch’io potessi avere, mi piacevano, mi affascinavano.

Purtroppo o per fortuna, Gea si trovava in edicola solo una volta ogni sei mesi, e questo mi ha dato la possibilità di scoprirne le tantissime sfaccettature e godermi tutte quelle circostanze ambigue e misteriose che si creavano con lo scorrere delle pagine e del tempo. Con la sua maestria, in un fumetto il buon Luca ci ha regalato un’opera coi controcazzi, un fumetto che passa per le difficoltà di un’adolescente, demoni sotto mentite spoglie, per la messa in discussione di una società patriarcale, per la forza di una piccola donna con la spada e per la poesia nella storia di un fauno. E passa soprattutto per il trauma dell’ultimo numero. Ci racconta la vita che scorre, di sei mesi in sei mesi, ma lo fa con un tratto talmente pulito e dolce che potrebbe (e lo fa) raccontarci la morte, che sembrerebbe comunque bellissima・

La chiamano alchimia

Era una sera d’inverno,  fuori stava piovendo, e io lavoravo diligentemente alla programmazione di Sta*mina senza alcuna fretta. Perché sono dannatamente bravo a far sì che tutto fili liscio come l’olio.
Al mio terzo bicchiere di whisky qualcuno bussò alla porta dell’ufficio ed io pronunciai le parole che da quel momento mi avrebbero cambiato la vita:
“Avanti”.
Una donna dai capelli corvini, infilata in un attillatissimo tubino nero non so in che modo, entrò. Si sedette sulla poltrona, si accese una sigaretta e disse:
“Sono Paola Oliviero, curatrice dell’antologia De artificium alchemiaMarengo Autoproduzioni
“Piacere” risposi, mentre mi asciugavo una gocciolina di sudore data dal timore di avere un’altra cagaminchia con il marito scomparso.
“Sono qui perché ho visto Sta*mina e la trovo la cosa più bella di questa fogna di città. Ho deciso di regalarvi una copia nella speranza di avere una recensione. Puoi farlo per me?”
Io presi una boccata di fumo denso dal mio sigaro, attesi qualche secondo per dare vita a un cliché letterario e uno cinematografico in una sola frase, e dissi:
“Certo”.
Ed eccomi qui.

Tutto falso, ovviamente, compreso il fatto che riesca a gestire le programmazioni senza problemi. L’unica cosa che si avvicina alla verità è stata che la cara Paola abbia voluto fare questa pazzia e lanciare la loro antologia nelle fauci del lupo. Andiamo dunque al nocciolo della questione: che è ‘sta robba?

De artificium alchemia,è la prima antologia (e forse l’unica, dato che la Marengo si vuole dedicare in realtà al fumetto) di illustrazione e poesia creata da loro. E tantissime persone che mi conoscono diranno: ma S.Leonte (che sono io), te non ci capisci un cazzo né di uno né dell’altro!
Vero.
Per questo ho fatto affidamento a degli esperti in materia.

Per la poesia ho chiesto un parere al mio caro amico Federico Ghillino su Whatsapp: Federico Ghillino, cosa ne pensi di queste poesie?
Sono allineate al centro. Parte già male
E mi fermerei qui, ma mi ha mandato un audio di quattro minuti e mi dispiace non esplicitare qualcosa di più. Il motivo per cui ha scelto le parole “brutta partenza” (secondo il discutibilissimo parere di Federico Ghillino, che poi chi cazzo lo conosce Federico Ghillino?) è perché sono la rappresentazione di un alone poetico presenti bene o male in tutti gli scritti, ovvero un inneggiare alla poesia senza ricercarla.
Personalmente, che sono un lettore di poesie difficile in quanto non ne legga, trovo che se ne possa definire una bella dal momento in cui non mi distraggo mentre la leggo e ci sia qualcosa che mi fa rimanere dentro. E beh…
Non è successo.

Bruna Ferrarese – illustratrice e parte attiva nel campo nonsoquale di Sta*mina – esamina invece la parte grafica dando un parere tecnicamente specifico alla scelta delle illustrazioni: “Poteva venire un’accozzaglia schifosa, data la diversità di stili, ma così non è stato“.
Un punto a favore alla Marengo che ha saputo scegliere bene i suoi artisti, nonostante un’ovvio sali e scendi di bravura dei soggetti.

All’inizio troviamo anche un editoriale che presenta ciò che seguirà. Editoriale che ho molto apprezzato, sia per l’interessante spiegazione, sia perché, senza questo, le illustrazioni e le poesie che delicatamente si posano dinanzi alla nostra retina ci condurrebbero a porci la tipica domanda che viene anche agli studiosi di latino alla prima lettura di un testo antico: “Eh?!”
Perché le illustrazioni e le poesie, appunto, non hanno nulla a che vedere con l’alchimia di comune conoscenza e per questo motivo, se vi dovesse capitare in mano questo libricino, leggetevi la pagina introduttiva.
Ma questo è solo un dato oggettivo.

Però, gente, questa è un’antologia e per definizione da wikipedia: un’antologia è una cosa che contiene tante cose. Quindi si capisce che la variabilità degli artisti all’interno amplifica la soggettività del giudizio, per dare uno scopo alla mia presenza, diamo uno sguardo al contenitore oltre che al contenuto.

Non si può dire che io sia un lettore assiduo di antologie auto-prodotte, ma in quanto utente medio ne ho sfogliate diverse e, perché no?, anche di fanzine più o meno sostanziose, e molto spesso non ho ritrovato quello che ho visto in questa.
Un tema. Ma non è solo il concetto di questo, perché è facile dire “un tema”, prendere quattro fogli, pinzarli e chiamarli “l’ombelico del solstizio” e farci tante cose carine sopra e allora tutto yeah, bellissimo. No.
Ha un significato, un legame stretto per cui tutto ha un suo senso all’interno. Forse non c’avete acchiappato ‘na ceppa in questo discorso, o forse riuscite ad andare al di là delle semplici parole. Provo a spiegarmi in modo più semplice ancora: De artificium alchemia ha senso. E, per mia personale deduzione, ciò lo percepisco perché dietro a tutto c’è stato un senso critico (e autocritico) dell’opera.

E allora, forse, quest’antologia non è la cosa cosa migliore che si presenta al mondo, non salverò la vita artistica di nessuno, non avrà nemmeno lo spessore giusto per fermare quel dannato tavolo che balla in cucina che sono tre mesi che devo fare qualcosa ma ancora niente! Però mi incuriosisce. Mi fa venir voglia di sapere quali altre pubblicazioni la mia – ora – affezionata Marengo farà nascere. Se anche le prossime pagine vignettate saranno così coese o se è stato solo un caso per questa uscita.

Per concludere!
Se pensate che quest’ultima sviolinata l’abbia fatta perché l’antologia mi è stata regalata, volendo quindi evitare la pura brutalità fine a se stessa, e nella speranza di avere in regalo le prossime pubblicazioni per altre recensioni vi sbagliate (sulla prima). Potrei sbobinare frasi su frasi su frasi in cui vi spiego quanto mi venga difficile essere falso, ma sapete cosa?
Fottesega

Amianto presenta: Whoop a fiatful of bananas

Parliamo oggi di un particolare esperimento del collettivo Amianto Comics, che, invece di portare nelle fumetterie un nuovo progetto gestito da loro, funge invece da trampolino di lancio per fumettisti esordienti con la collana Amianto Comics Presenta. In questo primo volume, Whoop! A Fistful of Bananas (molto chic, ma terribile per i disgrafici), ci viene promesso il fumetto d’azione dell’anno. Se questa sia verità o menzogna, sta a voi scoprirlo.

Volume di novanta pagine, al prezzo di euro dieci, Whoop!, può contare sui testi di AKMO e sui disegni del Formichiere Bischeri, due ragazzi che, se le loro biografie dicono il vero, sono avvezzi all’azione, ai film di botte e a tutto il loro contorno.
La nostra storia è molto semplice: in un futuro distopico, nel quale le scimmie sono mutate fino a ottenere caratteristiche più antropomorfe, l’umanità non solo ha deciso di sfruttare questa nuova razza come schiava, ma anche di sterminarla quasi del tutto. Tre primati superstiti, Fez, Sam e Demon scoprono che in un centro commerciale è nascosto uno degli ultimi carichi di banane della Terra, la sfida è lanciata, e il trio decide così di prendersi quello che è loro per diritto di nascita. Poco importa se sulla loro strada troveranno ad affrontarli robot assassini, assassini umani e anche umani che usano robot come assassini privati.

Se fossi un critico serio, e non lo sono, citerei subito una prima connessione fra questo fumetto, e quello delle Tartarughe ninja prima maniera.
Questo perché, Whoop!, pur parlando di argomenti che sembrano un pelo sciocchi, e usando come protagonisti animali antropomorfi, è un fumetto estremamente crudo, con un tipico gusto della scena underground statunitense anni ’80. Certo, qui non c’è April O’Neal, che mi ha insegnato che le signore sono una cosa molto carina, ma perdoniamo il duo degli autori.

Da un punto di vista grafico, Il Formichiere Bischeri, è ancora piuttosto acerbo. Il suo stile caricaturale e cartoonesco, ha l’enorme pregio di essere estremamente dinamico, e tutte le scene d’azione, soprattutto quelle contro una moltitudine di nemici, sono divertenti a vedersi, e l’impatto di ogni singolo colpo è percepito, anche grazie a un ottimo gioco di spinte e controspinte.
Si può passare sopra all’uso di elementi grafici nella tavola a malapena abbozzati, e alla buona mancanza di sfondi in alcune tavole, perché comunque si possono considerare elementi, che danno al tutto uno stile molto grezzo, ma interessante. Anche perché, a maggior ragione, la regia della tavola è sempre piuttosto buona, con alcuni elementi anche innovativi e chiare influenze giapponesi. Un paio di soluzioni grafiche, come una scena di lotta al buio, mi hanno piacevolmente sorpreso, altre un po’ meno. In una vignetta, ci viene fatto un close-up di una pulsantiera, e, piuttosto che sembrare uno stilema grafico (assimilabile ad alcuni visti su alcuno fumetti classici), sembra sottolineare la difficoltà del lettore di notare quel particolare che, con un tratto un definito solo un pelino in più, sarebbe stato facilmente riconoscibile.

Sono minuzie? Forse, ma la disparità che c’è fra una scena d’azione e una di calma a livello di tratto e di mobilità si sente particolarmente, ed è un peccato.
Anche perché, i personaggi in sé hanno un design particolare e molto personale, ma soprattutto sono super-espressivi, che non è affatto cosa da poco. Quando un personaggio è arrabbiato, la rabbia la senti. Questo vuol dire connettersi col lettore.

Dal punto di vista della trama, e dei dialoghi, credo sia un fumetto con un’ottima idea, ma con un esecuzione ancora da migliorare.
Personalmente, quando scrivo non di critica (carramba che sorpresa, un tizio su internet che “scrive”), noto spesso come, a volte l’idea che ho in testa, sia una scusa per concatenare alcuni momenti forti, sacrificando però un’esecuzione omogenea.
Whoop, nel parere di chi scrive, soffre di una condizione simile. Ci sono alcuni momenti, che sono molto belli e alcune soluzioni di sceneggiatura intelligenti, ma intervallati da momenti piatti, spesso da battute “da duro” con molto poco mordente, da dialoghi a volte vuoti e, peggio, stereotipati. E no, non parlo di quegli scambi fatti apposta per prendere in giro questo o quel tropo, perché l’intento di fare un qualcosa anche di parodistico è chiaro, lampante se vogliamo esagerare (e qui si parla di fumetti, l’esagerato lo mangiamo a colazione, e ci vogliamo anche più burro sopra. HO DETTO ANCORA BURRO!), perché la storia tutto sommato scorre. Ma in alcuni casi sembra trascinarsi da una scena d’azione all’altra, e il ritmo di tutto sembra sballato. E in fumetto d’azione non dovresti quasi mai tirare il freno a mano, o far perdere al tuo spettatore interesse.
Per carità, le botte sono il succo del fumetto ma è un peccato, perché ci sono dei punti di trama (o delle caratterizzazioni dei personaggi, come Sam) che, se sviluppati meglio, darebbero davvero quel punto di pepe in più. O di burro, scegliete voi, io non giudico

Ho trovato molto interessante il dare a ogni singolo personaggio una voce propria, con manierismi e tic verbali diversi per ognuno, come il cattivo che sembra davvero uno di quei manager che parla con inglesismi a casaccio. Dà molto colore all’ambientazione, anche se è un fumetto in bianco e nero. E non guardatemi così, non mi possono venire tutte bene.

Whoop! viene definita un Pop Novel, ed effettivamente lo è, pur non apprezzando il neologismo, ma sapete che noi a Genova non piace un tubo, non credo ci sia un titolo più azzeccato.

Le citazioni, i riferimenti e le influenze di quest’opera sono molteplici, da Street Fighter, a JoJo alle Tartarughe Ninja come scritto sopra, e in generale a quel frullato di cose che gli autori amano, e di cui amano palare. E quindi, pur essendo a tratti un qualcosa di derivativo, ha anche un buon sapore nuovo, con alcuni momenti genuinamente divertenti, e altri volutamente ingenui, che potrebbero essere stati creati solo attraverso un fumetto.

Perché, AKMO e il Formichiere Bischeri, capiscono il fumetto, lo conoscono, e hanno iniziato a pucciare i piedi dentro il suo immenso mare. Sono già pronti par andare al largo? Purtroppo no. L’amore e l’entusiasmo sono fondamentali, e il già avere un’idea di come stendere una trama interessante anche se già vista da una parte, e un regia della tavola ibrida di gran gusto dall’altra sono ottimi punti d’inizio, credo che un po’ più di pratica possa fare solo che bene a questi due giovani autori.
Applaudo il loro (e quello di Amianto) coraggio nel pubblicare qualcosa di così grosso alla loro prima uscita in solitaria, e il risultato non è male. Si diceva prima “Se fossi un critico serio”, infatti non lo sono, e dico che noto delle somiglianze con l’epica del 2011 di Kagan McLeod con La Via raggiante del kung-fu infinito, un fumetto di quattrocentocinquanta pagine, che però scorre con la stessa facilità di queste novanta. Una storia dove la storia è solo una scusa, per divertirsi e creare qualcosa. Non ci sono fronzoli, ne scelte stilistiche troppo sofisticate perché Whoop! è un distillato della personalità dei suoi autori. Potrebbe fare di più? Assolutamente. Annoia? No. Anzi. Diverte, e intrattiene, per la maggior parte delle sue pagine.

Nota di merito per il collettivo, se vi volete leggere l’albo, lo potete scaricare gratuitamente dal loro sito.

L’editing e il lettering dell’albo sono tutti di Almafè, gruppo costituito da: Alessandro BenassiMatteo Polloni e Federico Galeotti

Le allucinazioni di Napoleone

Nel 1997 è nato un fumetto battezzato Napoleone. Ambrosini e i suoi colleghi ce l’hanno messa tutta e ne è uscito quello che, a mio modestissimo parere, si può definire una mosca bianca nel mondo editoriale bonelliano.
Un uomo con un’infanzia sofferente e le sue allucinazioni sono i protagonisti di un fumetto inusuale, toccante e non certo per tutti. Un’opera contemplativa che affronta la psicanalisi, il gioco fra le parti e la tristezza delle persone.

Partiamo da un presupposto: Napoleone è un uomo che soffre. Ha sempre con sé Lucrezia, Scintillone e Caliendo, che rappresentano ognuno un lato della sua personalità. Questi esseri immaginari lo consigliano, lo portano verso un’inclinazione caratteriale piuttosto che un’altra, talvolta lo assecondano. Napoleone si scontra con i suoi demoni, e spesso lo fa con i criminali che combatte, in una sorta di battaglia dalla quale chi vince ne esce in realtà sconfitto, ma dalla propria mente.  Insomma, un lietissimo vortice fatto di personalità borderline, amarezza e disegni meravigliosi.

Quando è comparso Bacilieri e ha iniziato a illustrare queste pagine, si è verificato un fenomeno ormai sempre più raro nel mondo del fumetto: disegni e storie erano perfetti insieme. Non c’era una discrepanza che fosse una, non erano dissonanti quei disegni plastici, davano concretezza all’esistenza effimera delle cose, alle battaglie interne e alla mente dei protagonisti.

Attivo dal 1982 nel mondo dell’editoria, Bacilieri inizia collaborando con Milo Manara (e già da questo si evince il calibro), e dopo Napoleone ci regala un’altra immensa gioia: Jan Dix, ma questa è un’altra storia. Sembrava fosse nato per disegnare occhi allucinati e sudore, col suo tratto solido, definito.

Napoleone è una di quelle creature che manca, un fumetto insolito e poco canonico ma in grado di esplorare temi complessi con la giusta considerazione e una pesantezza piacevole・

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